
Lamezia Terme - Pubblichiamo una nota inviataci dall'architetto Giuseppe Moraca sul Piano Strutturale Comunale la cui approvazione, o meno, da tempo anima il dibattito politico cittadino.
"E’ curioso leggere le opinioni di consiglieri comunali e dirigenti di partito, che con argomentazioni a dir poco estemporanee si sforzano di dare un senso ad un piano che un senso non ce l’ha(parafrasando una canzone del grande Vasco) e che alla fine di un lungo percorso è stato approvato dalla giunta. E’ curioso e paradossale che dopo aver difeso strenuamente tutto l'iter di preparazione e discussione del piano, contrastando o ignorando le obiezioni e le perplessità sulla sproporzione di aree urbanizzabili previste, obiezioni ripetutamente espresse in dibattiti pubblici e sulla stampa, dopo quindi aver condiviso e portato all’approvazione in giunta( che è il massimo organo di rappresentanza della maggioranza di governo cittadino) i rappresentanti della maggioranza oggi scrivano che il PSC possa essere approvato “…anche stravolgendo la proposta della giunta dello scorso dicembre”, sarebbe come dire che la maggioranza boccia se stessa; oppure si legge “…non è che tutto quel che c’è nella proposta del professor Crocioni debba essere preso per definitivo e non necessiti di correzioni anche importanti..” siamo alle comiche finali, se non fosse drammatica la situazione cittadina sia sotto l’aspetto economico, sia etico che della sicurezza e della legalità, ci sarebbe da sganasciarsi dalle risate. Si leggono poi delle pillole di saggezza inaspettate “…la necessità del risparmio del territorio in una città che ne ha consumato tanto..”, ancora “…limitare al massimo la nuova residenzialità nell’area urbanizzabile..,”, è curioso e paradossale, l’abbiamo evidenziato in decine di occasioni e siamo sempre stati contrastati, ignorati, perfino derisi. Ma dove eravate? Cosa vi passava per la testa? Ed oggi dopo un percorso lungo più di tre anni, dopo l’approvazione in giunta del piano definitivo, ci si accorge che va rifatto. La perdita di credibilità è nei fatti. Oggi ci sono almeno tre ragioni per non condividere il P S C ed il suo iter. C’è una ragione pratica, una ragione teorica e una ragione politica.
La ragione pratica sta nella sproporzione di territorio investito da aree destinate all’edificazione, che si traduce in un costo sociale insostenibile, sia per l’ambiente , sia per le finanze pubbliche. Le previsioni contenute nel PSC ,prefigurano un territorio investito da una potenzialità edificatoria pari a circa un terzo dell’intero territorio lametino. Una quantità abnorme di consumo di suolo che comporterebbe un aumento di volumi edilizi, non corrisponde ad attuali o prevedibili aumenti significativi di abitanti insediabili per effetto di dinamiche economiche espansive. Né si evince, dalla documentazione allegata alle Scelte Pianificatore, la attuale consistenza edilizia. Sarebbe opportuna una adeguata analisi dello stato di fatto e delle proiezioni ipotizzabili in rapporto alle previsioni di crescita, o decrescita, economica e di abitanti. Questa città deve adeguare il vigente strumento urbanistico(PRG) alla nuova Legge Regionale ed alle previsioni del QTPR; pertanto bisogna intervenire nella riqualificazione di tutte le aree intermedie rimaste inedificate; di tutte le aree edificate abusivamente e condonate ma prive di disegno urbano e di servizi; di tutte le aree che hanno dismesso precedenti funzioni; di tutta quella periferia disorganizzata e non interconnessa, che negli ultimi trenta anni è venuta a insediarsi nella fascia a sud di Sambiase-Nicastro, oltre la ferrovia. Dalla rigenerazione di tutto questo ambito urbano disgregato, deriverà una nuova città a misura di cittadino, senza investire ulteriore territorio urbanizzabile.
La ragione teorica si innesta su queste ultime considerazioni e riguarda ripensamenti e riflessioni che dobbiamo fare sulla vicenda della città del secondo dopoguerra, che mentre sognava un’alternativa urbana da contrapporre a quella storica, ha di fatto realizzato una enorme periferia. Oggi c’è necessità di rimettere ordine in questa periferia e di riordinare nel loro insieme i centri abitati di Sambiase, di Nicastro, di Sant’Eufemia, con l’obbiettivo di creare degli organismi urbani che abbiano i connotati e la dignità di città: le piazze, i giardini, i viali, i parcheggi, luoghi pubblici ed una struttura del commercio e dei trasporti relazionata. Occorre ripensare a questi luoghi, come parti di città da riprogettare e ricostruire: in questo processo sta la natura della città. Il vero nodo dell’urbanistica contemporanea quindi non è più l’espansione, bensì la riconversione e il riuso di aree ed immobili esistenti, la riqualificazione delle periferie, la creazione di aree verdi e servizi, l’uso dei mezzi pubblici, l’abbattimento dei consumi energetici.
La terza ragione è politica, e parte dalla premessa che oggi tutti sono chiamati a misurarsi con fatti, analisi, comportamenti, persone, idee e chi fa parte della classe dirigente, non può più permettersi di essere un incompetente, ma neanche un mediocre che ha fatto carriera nel partito. La politica oggi deve pretendere l’intransigenza, come premessa etica di una nuova questione morale, collaborando alla equa distribuzione delle risorse, sprecando meno, consumando meglio. E’ questo il postulato politico della società solidale. Il contrario di quell’idea di sviluppo che ha avuto ed ha la cadenza della corsa all’oro: un tipo di avventura che con le regole ha scarsa dimestichezza; un Darwinismo sociale molto moderno, ma altrettanto lontano dalla cultura della solidarietà. Una classe politica, impreparata al governo del territorio e alla tutela dell’ambiente, attenta solo all’autoconservazione del proprio status, ha orientato e governato i piani urbanistici secondo un distorto modello di sviluppo, pensato solo come aumento illimitato di volumi edilizi. L’effetto devastante di questa idea di sviluppo, si è materializzato nella crescita a “macchia d’olio” della periferia urbana, in cui è prevalsa la logica del massimo sfruttamento del suolo, in assenza totale di logiche di disegno urbano, di qualità ambientale, di dotazione di servizi e infrastrutture.
Oggi si somma a questo retaggio culturale, un modello di urbanistica negoziata, in cui non c’è più bisogno di un’idea di città, lasciando aperti ampi spazi a interpretazioni e valutazioni di volta in volta da contrattare. Questo relativismo povero di certezze, è il postulato che sta contaminando l’urbanistica, dove si parla sempre più di coerenza, compatibilità e non più di conformità alle regole. Invece abbiamo bisogno tutti di regole certe.
La pianificazione urbanistica è soprattutto politica del territorio, che significa governo e gestione del territorio, tutela dell’ambiente, che in quanto bene comune, connota l’appartenenza e l’identità di una comunità. La città deve ritrovare il senso dello spazio pubblico, dello spazio civico come luogo di comunicazione, confronto e crescita, dove la comunità rafforza la propria identità collettiva, dove si materializza la Civitas. L’Urbanistica e la Politica devono avere come obbiettivo la realizzazione della qualità della vita e dello spazio della comunità nel suo insieme: è questo il vero progresso della società".
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