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Lamezia Terme – Domani non sarà un giorno qualunque sia per gli abitanti di Saline Joniche, che per quelli di Reggio Calabria e, probabilmente, per tutti i residenti della nostra regione. Per domani, infatti, è stata fissata dal Tar del Lazio l'udienza sul ricorso presentato dalla Regione Calabria, dai Comuni di Montebello Ionico e Condofuri, da Wwf, Legambiente e da altre associazioni e comitati cittadini contro la realizzazione della centrale a carbone da 1.320 megawatt da parte della multinazionale Sei-Repower nell'area dell'ex Liquichimica a Saline. Una battaglia che dura da diversi anni e che potrebbe concludersi se i giudici del tribunale amministrativo dovessero accogliere il ricorso e sospendere l’Autorizzazione di compatibilità ambientale assegnata dall'allora governo Monti. L'iter autorizzativo, partito nel 2008, finì apparentemente in un vicolo cieco. Alla Valutazione d'Impatto Ambientale (VIA) concessa dal Ministero dell'Ambiente si opposero i pareri nettamente contrari del Ministero dei Beni Culturali e della Regione Calabria. La Costituzione e le leggi italiane prevedono, infatti, che le questioni energetiche siano materia di potestà legislativa concorrente. Il Governo, cioè, non può decidere senza l’accordo con la Regione. Come suggerisce anche la Corte Costituzionale che anni prima, con la sentenza n.6 del 13 gennaio 2004,  riconobbe la necessità di un'intesa “in senso forte” tra Stato centrale e regioni “il cui mancato raggiungimento costituisce un ostacolo insuperabile alla conclusione del procedimento”. Un'impasse che, tuttavia, il Governo cercò di superare attraverso il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 15 giugno 2012 che ratificava la definitiva “compatibilità ambientale e l’autorizzazione al successivo esercizio relativamente al progetto proposto dalla società S.E.I. S.p.A”. Una strategia che ha permesso così di bypassare il parere della Regione Calabria e che ha portato però a una pioggia di ricorsi al Tar. Da quel momento è diventata una partita a scacchi in cui ognuno dei contendenti non è rimasto con le mani in mano. Sei-Repower ha allargato il proprio fronte, da un lato firmando l'intesa con Confindustria Reggio Calabria per coinvolgere le imprese reggine nella realizzazione e nella gestione dell'impianto e dall'altro ottenendo il via libera dei sindacati del comparto elettrico di Cgil, Cisl e Uil (anche se la Cgil locale ha ribadito la propria contrarietà).

Un finanziamento privato di un miliardo e mezzo di euro, 1.500 operai da impiegare per la sua realizzazione e 400 per la gestione a regime. Questi, secondo l'Amministratore delegato di Sei, Fabio Bocchiola, i numeri della ricaduta economica del progetto sul territorio. Cifre che hanno naturalmente ingolosito imprenditori e sindacati. Nel mezzo, anche altre due mosse: la richiesta di concessione demaniale dell'area portuale di Saline Joniche e la presentazione del piano delle opere compensative. Il fronte del “No”, invece, guidato dal Coordinamento associazioni Area grecanica e da Legambiente, ha incassato lo scorso settembre la vittoria al referendum organizzato nel Cantone dei Grigioni in Svizzera. La comunità grigionese detiene infatti il 58% delle azioni di Repower che a sua volta controlla la S.E.I. S.p.A.. Per questo le scelte industriali di Repower sono vincolate al volere del suo maggiore azionista, il cantone svizzero. Nel piccolo Stato alpino, inoltre, il carbone viene considerata la più inquinante delle fonti di energia e per questo è proibita per legge su tutto il territorio nazionale. Insomma, il governo svizzero vieta la produzione di energia a carbone sul proprio territorio ma poi permette a un'azienda pubblica di farlo su territorio straniero. Una scelta contro gli stessi principi nazionali. Da questo dilemma di coscienza, che in Italia probabilmente ci sogneremmo, è nata una raccolta firme per istituire la consultazione popolare. E l'esito del referendum è stato chiaro: i Grigionesi hanno infatti votato contro l'avventura carbonifera della Sei-Repower in Calabria, accogliendo il "Sì all’energia pulita senza carbone" con 28.878 voti contro 22.281. Da qui l'uscita ufficiale di Repower dal progetto, annunciata lo scorso dicembre e la messa in vendita delle proprie azioni Sei. Una vittoria degli ambientalisti subito però smorzata dalla stessa S.E.I. La doccia gelata che ha strozzato in gola le urla di gioia degli ambientalisti è stato il lapidario comunicato con il quale S.E.I. annunciava l'immutata strategia dell'azienda, che sarebbe andata avanti per la sua strada prendendo atto della volontà della popolazione del canton Grigioni ma dichiarando di voler continuare sul percorso intrapreso per costruire la centrale. Per superare l'ostacolo del referendum l'unica strada percorribile per S.E.I. è a questo punto la vendita delle azioni detenute da Repower a soci privati. E tutti gli indizi portano per il momento a ipotizzare il possibile coinvolgimento nell'operazione di Hera, società partecipata da molti Comuni dell'Emilia Romagna e del Veneto che detiene tra l'altro già il 20% delle azioni S.E.I. Ma è chiaro che con la spada di Damocle della sentenza del Tar che pende sulla realizzazione dell'impianto è molto difficile ipotizzare la transazione prima della decisione del Tribunale amministrativo. Per questo il destino dell'opera è nelle mani dei giudici. Con la sentenza potrebbe naufragare definitivamente il progetto o al contrario riacquistare forza. Dal canto suo, il Coordinamento Associazioni Area Grecanica ha promesso di continuare “a vigilare e a dare battaglia colpo su colpo e senza tregua, fino a quando questa minaccia non sarà definitivamente archiviata». Dopo i recenti sviluppi, gli ambientalisti mostrano un cauto ottimismo. Anche se, come afferma Nuccio Barillà, della segreteria nazionale di Legambiente, «sarebbe comunque un miracolo fermare un treno in piena corsa. Bisogna mantenere unito il fronte e coinvolgere quante più istituzioni possibili”. Un treno che era rimasto fermo per anni, ma ripartito ancor più veloce con Monti che, ossessionato dalla febbre da spread e dall'austherity, doveva comunque cercare di far girare in qualche modo l'economia italiana in declino e attrarre investimenti. E la centrale a carbone di Saline rappresentava senza dubbio una ghiotta opportunità per far girare soldi ma, soprattutto, per far arrivare capitali esteri nello Stivale. Ma a quale prezzo?

Enrico De Grazia

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