
Catanzaro - La Regione Calabria ha presentato, pochi giorni fa, le “Linee guida di indirizzo per la valutazione della sussistenza della scarsità della risorsa spiaggia e dell’interesse transfrontaliero certo”, con l’obiettivo dichiarato di fornire uno strumento operativo a supporto dei Comuni costieri nella gestione delle procedure relative alle concessioni demaniali marittime.
Si tratta di un percorso che si inserisce nell’applicazione della cosiddetta “direttiva Bolkestein”, che impone la riassegnazione delle concessioni per l’utilizzo delle spiagge attraverso gare pubbliche, ponendo fine a posizioni dominanti e rendite protrattesi, in alcuni casi, anche per 90 anni da parte degli attuali gestori delle concessioni demaniali marittime.
La questione è stata al centro di una lunga querelle, anche giudiziaria, nel corso della quale si sono susseguite diverse pronunce del Consiglio di Stato che hanno sancito l’obbligo di affidamento di tutte le concessioni balneari mediante procedure comparative, che gli enti sono tenuti ad avviare.
Recentemente, con la sentenza n. 6539/2026, il Consiglio di Stato ha ribadito un orientamento ormai consolidato nella giurisprudenza amministrativa: le concessioni già oggetto di plurime proroghe devono considerarsi cessate al 31 dicembre 2023 e il termine del 30 settembre 2027 rappresenta, nel nuovo quadro normativo, il limite massimo entro il quale completare il passaggio al sistema concorrenziale.
In sostanza, niente nuove proroghe, indennizzi automatici o diritti acquisiti per i concessionari uscenti: nessun diritto acquisito a restare sulla spiaggia. Per quanto riguarda le tempistiche, i Comuni devono pubblicare i bandi con almeno sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza delle concessioni e, nella fase di prima applicazione, dovranno comunque attivarsi entro il 30 giugno 2027.
Il settore conta oltre 12 mila concessioni a livello nazionale. Per decenni, lo Stato ha percepito introiti molto modesti rispetto al valore economico delle attività svolte sulle spiagge. È in questo quadro che si inseriscono le linee guida presentate dalla Regione, finalizzate a verificare la sussistenza dei requisiti della scarsità delle risorse naturali e dell’interesse transfrontaliero, ossia le condizioni che rendono applicabile la direttiva Bolkestein alle concessioni balneari.
L’analisi della scheda che i Comuni dovranno elaborare ai fini della relativa mappatura presenta alcuni elementi positivi, come il riferimento alla percentuale di spiaggia libera e accessibile sul totale della spiaggia fruibile, ma anche alcune criticità.
Tra queste, la valutazione della fragilità ambientale legata agli eventi meteomarini avversi, il cui peso percentuale viene considerato soltanto nella misura, del tutto insufficiente, del 10%. Inoltre, la scheda non tiene in alcun conto un fenomeno già in atto e destinato, purtroppo, ad aggravarsi nel tempo: l’erosione costiera, che sta modificando il profilo delle coste calabresi.
L’art. 1, comma 254, della legge n. 296/2006 affida inoltre alle Regioni il compito di individuare, nella predisposizione dei piani di utilizzazione del demanio, “un corretto equilibrio tra le aree concesse a soggetti privati e gli arenili liberamente fruibili”. La Calabria è stata la prima tra le Regioni italiane a sostenere, nel corso del tempo, che non vi sia scarsità della risorsa spiaggia ai fini della non applicazione della direttiva Bolkestein, arrivando a ipotizzare che gli attuali concessionari possano continuare a operare e che, contestualmente, possano essere messe a bando porzioni delle attuali spiagge libere calabresi.
Una ricostruzione che, tuttavia, si basa sul fatto che l’attuale quota minima prevista dalla legge regionale per le spiagge libere sia pari soltanto al 30%, a fronte del 60% previsto in altre regioni italiane, come la Puglia.
Legambiente, Mare Libero e WWF indicano come indirizzo una soglia minima del 50% di spiagge libere per ogni ambito omogeneo comunale, attrezzate con servizi essenziali (servizi igienici, docce e punti di ristoro gestiti dal Comune o da enti senza scopo di lucro) e accessibili alle persone con disabilità motoria. Le associazioni ritengono inoltre inammissibile che la quota libera venga relegata in tratti marginali, non monitorati dai campionamenti delle ARPA o di difficile accesso.
A delineare ulteriormente il quadro di criticità contribuisce il “Rapporto Spiagge 2026”, pubblicato da Legambiente, secondo il quale la Calabria si colloca tra le regioni più a rischio. La ricerca, che analizza diversi indicatori, tra cui il rischio di inondazioni, le spiagge inaccessibili a causa del mare inquinato e l’abusivismo edilizio, restituisce un quadro di fragilità per i territori costieri calabresi. A causa del grave fenomeno dell’erosione costiera, destinato ad aggravarsi per effetto dei cambiamenti climatici, la Calabria sta perdendo parte delle proprie spiagge: nel complesso, oltre il 26% della costa bassa regionale è interessato dall’erosione. “Si tratta di elementi essenziali da considerare, anche in prospettiva, per effettuare una valutazione realistica e ponderata dell’effettiva ‘scarsità’ della risorsa spiaggia ai fini dell’applicazione della direttiva Bolkestein”, commenta Anna Parretta, presidente di Legambiente Calabria. “È importante che la Regione Calabria non incorra nell’errore fondamentale di basarsi sul semplice computo totale dei chilometri di costa, utilizzando criteri meramente quantitativi e includendo anche aree non balneabili o non facilmente fruibili. La mappatura deve rispettare criteri rigorosi e la valutazione deve considerare l’effettivo interesse e pregio delle aree richieste”, prosegue Parretta. “Soprattutto, la priorità deve essere la tutela dell’ambiente e degli ecosistemi costieri e marini, - continua Parretta - e non il mero interesse economico: occorre evitare una sostanziale ulteriore privatizzazione del demanio marittimo. Al contrario, Legambiente chiede che in Calabria venga limitata l’occupazione delle spiagge, innalzando la relativa quota minima regionale almeno al 50%, seguendo l’esempio di altre regioni italiane”.
La direttiva Bolkestein può rappresentare anche l’occasione per effettuare finalmente un rigoroso controllo ambientale sulle concessioni, che al momento si protraggono da decenni, con il pagamento di canoni molto bassi e con stabilimenti balneari che, in alcuni casi, occupano il demanio in maniera stabile.
Il modello da seguire nella redazione dei futuri bandi deve quindi essere fondato su investimenti, sostenibilità e qualità, con l’obiettivo di proteggere l’ambiente e creare occupazione. Gli stabilimenti balneari e gli imprenditori attenti non devono avere timore delle gare europee: tutelare l’ambiente e la legalità rappresenta il miglior volano per l’economia della regione.
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