
Catanzaro – Conclusa l’iniziativa “Ristretti in agosto” promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane e dall’Osservatorio Carcere Nazionale che, ormai da diversi anni, coinvolge le Camere Penali territoriali, circa 133, chiamate nel mese di agosto a recarsi negli istituti penitenziari italiani. Ieri è stata effettuata la visita all’Istituto penitenziario “Ugo Caridi” di Catanzaro. “Non abbiamo scelto casualmente agosto - spiegano in una nota - alle difficoltà ordinarie della detenzione si aggiungono le temperature elevate, che rendono ancora più pesanti le condizioni di vita. Entrare in carcere significa quindi esprimere vicinanza alle persone detenute, ma anche mantenere alta l’attenzione sociale e politica su quella che oggi è una vera emergenza penitenziaria”.
Ieri, all’Ugo Caridi, circa 20 avvocati, tra componenti del direttivo e dell’Osservatorio Carcere territoriale, oltre ad alcuni soci della Camera Penale hanno partecipato alla visita. Si sono uniti anche il presidente del Consiglio comunale Gianmichele Bosco e la vicesindaca Giusy Iemma.
“La capacità ricettiva effettiva degli istituti penitenziari italiani - rendono noto - è oggi di circa 45.000 posti, mentre le persone detenute sono oltre 65.000: più di 20.000 persone oltre la reale capacità del sistema penitenziario. Anche Catanzaro, che storicamente non ha conosciuto particolari problemi di sovraffollamento, oggi soffre questa emergenza. La capacità ricettiva effettiva dell’Istituto “Ugo Caridi” è di circa 600 posti, anche perché alcune aree sono interessate da lavori di manutenzione, mentre i detenuti sono circa 715: oltre 100 persone in più rispetto alla reale capacità dell’istituto”.
La visita all’Ugo Caridi, raccontano: “ci ha consentito di verificare concretamente questa realtà. Abbiamo incontrato anche esperienze positive che meritano di essere valorizzate: le attività lavorative e trattamentali, dalla pasticceria alla falegnameria in fase di riapertura, ai progetti “Colore Dentro” e “La Vigna”; i corsi professionali nel settore dell’edilizia e le convenzioni con le Università; la nuova biblioteca, funzionante e gestita anche con il coinvolgimento di un detenuto. Sono segnali importanti perché dimostrano che il carcere può essere luogo di formazione, responsabilizzazione e costruzione di percorsi di reinserimento.
Ci sono poi interventi concreti che migliorano le condizioni di vita, come la sostituzione dei materassi, le nuove televisioni e la ristrutturazione di diversi padiglioni e laboratori, con altri lavori già programmati. Anche la stanza dell’affettività è stata attivata, sebbene sia ancora poco utilizzata. Ma accanto a ciò che funziona, restano criticità che non possono essere ignorate”.
E, evidenziano: “il sovraffollamento è la prima: 715 detenuti a fronte di una capacità effettiva di circa 600 posti. Particolarmente delicata è la situazione della salute mentale: nell’istituto sono circa 150 le persone con problematiche psichiatriche, di cui circa 70 gravi, a fronte di soli 13 posti per l’osservazione. È un altro paradosso del nostro tempo: il disagio mentale viene sempre più spesso scaricato sul carcere e sugli operatori penitenziari. Ma la cella non può essere il luogo di cura di una persona affetta da una patologia psichiatrica. Servono risposte sanitarie e terapeutiche, non la leva penitenziaria. Restano inoltre criticità nelle condizioni materiali: il caldo viene affrontato con ventilatori e con un frigorifero per ciascuna sezione, che ospita circa 40 detenuti; in alcune sezioni sono state segnalate carenze nell’acqua durante la notte, nell’assistenza medica e negli spazi per i colloqui con i minori. Al piano terra, due sole docce per 32 detenuti, problemi di privacy e sicurezza e segnalazioni relative alla presenza di blatte. Alcuni padiglioni sono ancora privi di docce in camera, con lavori programmati per il 2027. Anche la pasticceria, pur rappresentando una delle esperienze più positive, resta accessibile soltanto ai detenuti della S1 e non può essere ampliata per il divieto di incontro tra sezioni. Questa è la fotografia che abbiamo raccolto: un carcere nel quale esistono persone che lavorano bene, progetti importanti e segnali concreti di cambiamento, ma nel quale permangono condizioni che non possono essere considerate pienamente rispettose della dignità della persona”.
“Ma noi non vogliamo limitarci alla denuncia – rimarcano - vogliamo portare questa realtà nel discorso pubblico, perché ciò che abbiamo visto e ascoltato non rimanga confinato dentro le mura del carcere. Vogliamo stimolare nella ragione collettiva un cambio di passo, nella consapevolezza che la questione penitenziaria non riguarda soltanto chi è detenuto, ma riguarda la qualità della nostra democrazia, il senso della nostra idea di giustizia e, più in generale, il modello di società che vogliamo costruire. La risposta alla marginalità non può essere l’edilizia penitenziaria. Non abbiamo bisogno di nuove carceri per riempirle con i disperati della storia. Abbiamo bisogno di politiche capaci di intervenire sulle cause: per la tossicodipendenza servono comunità e percorsi di recupero; per il disagio mentale servizi sanitari adeguati; per la povertà lavoro, abitazione, istruzione e inclusione. E dobbiamo lavorare perché chi esce dal carcere possa tornare nella società attraverso percorsi lavorativi e abitativi”.
La riflessione finale punta l’attenzione sulla persona: “ecco perché è importante entrare nelle carceri, vedere, ascoltare e raccontare. Non per dare voce soltanto alla denuncia, ma per chiedere che i valori della Costituzione tornino a guidare le scelte politiche, non soltanto sul piano della sicurezza e della giustizia, ma anche su quello sociale. Dobbiamo riallineare il sentire collettivo ai valori sui quali è edificata la nostra civiltà del diritto: la dignità della persona, la solidarietà, l’uguaglianza, l’inclusione. Una società democratica non è una società dello scarto. È una società che non scarta nessuno. E forse è proprio questa la sfida più grande che abbiamo davanti: non rendere invisibile chi è fragile, non trasformare la disperazione in colpa, non confondere la sicurezza con l’esclusione. Perché una comunità è davvero forte non quando scarta i più fragili, ma quando si dimostra capace di non lasciare indietro nessuno”.
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