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Lamezia Terme – Sono trascorsi esattamente 5 anni dalla scomparsa di Vincenzo Pronestì e la sua famiglia ancora non si dà pace. Riprendere le ricerche e ritrovare il suo corpo è quello che chiede per l’ennesima volta il fratello Gabriele, affinchè la madre, ormai malata, possa trovare finalmente un po’ di pace e di serenità.

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Il fatto

Era il 6 gennaio 2012, una gelida mattina dell’Epifania, quando Vincenzo Pronestì, 39 anni, si allontanò da casa in pigiama e pantofole facendo perdere le sue tracce. La madre era intenta a preparare il pranzo per quello che sarebbe dovuto essere un giorno di festa mentre il fratello Gabriele era uscito a comprare le sigarette.

Al suo ritorno però, di Vincenzo nessuna traccia. Il primo pensiero dei familiari fu quello che l’uomo potesse essersi allontanato per raggiungere il reparto di psichiatria di Lamezia, essendo in passato stato un paziente, ma così non fu.

Intorno alle 10.30 del mattino poi la convocazione dal Commissariato. Vincenzo Pronestì era stato avvistato da alcuni testimoni nei pressi del parco fluviale di via Ferlaino. Secondo il racconto di uno di loro che ha provato a fermarlo, Pronestì avrebbe fatto un primo tentativo per poi scivolare a terra. Infine percorse altri due metri e si gettò, venendo risucchiato completamente dal torrente Piazza, che in quei giorni era particolarmente impetuoso.

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Le ricerche

La pioggia incessante che infatti si era riversata su tutto l’hinterland sicuramente non rese facili le ricerche. Immediatamente dopo la segnalazione fu perlustrato palmo a palmo tutto il corso del torrente che sfocia a valle nel fiume Amato e che era particolarmente ingrossato.

A ritrovare i pantaloni del pigiama dell’uomo, proprio la mattina successiva, il nucleo specialista speleo alpino fluviale del comando di Catanzaro ma poi anche l’intervento dei sommozzatori che scandagliarono il torrente Piazza, diete esito negativo.

Le ricerche ripresero nei giorni successivi, dopo una riunione convocata dall’allora sindaco Gianni Speranza con il prefetto di Catanzaro Antonio Reppucci. Per gli approfondimenti, intervennero inoltre la cooperativa Malgrado Tutto, la Lipambiente e i vigili del fuoco. Il lavoro svolto fece emergere anche la presenza di diversi scarichi fognari abusivi che confluivano direttamente nel torrente Piazza e che avrebbero inficiato le ricerche data la scarsa visibilità delle acque rese torbide dagli scarichi non in regola, in particolare nel tratto che andava da Calia al ponte di Terravecchia. Le ricerche del corpo proseguirono a ritmi più lenti per poi interrompersi.

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L’appello del fratello Gabriele

Dopo un articolo pubblicato sul Lametino.it lo scorso 6 gennaio per ricordare Pronestì a quattro anni dalla scomparsa, il fratello Gabriele ci contattò ricostruendo nuovamente la sua storia e facendo un ulteriore appello alle istituzioni perché si potesse finalmente mettere fine ad una vicenda che ha già dato tanto dolore alla sua famiglia. Ciò che è certo, secondo il signor Gabriele, è che le ricerche all’epoca furono condotte in modo superficiale. “Nell’agosto 2012 incontrai l’allora prefetto Reppucci – ci ribadì – ma non fece proseguire le ricerche. Si era ormai sicuri che il corpo fosse irrecuperabile”. Sono seguiti altri incontri, con un legale e con la protezione civile ma il tutto si è risolto in un nulla di fatto. Gabriele Pronestì ci raccontò inoltre che quell’anno la famiglia si rivolse anche al noto programma “Chi l’ha visto?” con un appello che non venne però accolto in quanto il caso di Vincenzo fu considerato un suicidio e non una scomparsa.

“Non penso che il corpo di mio fratello sia arrivato fino a mare – ci tiene a precisare il fratello – bisognerebbe nuovamente perlustrare da dove Vincenzo si è gettato, fino al fiume Amato, senza tralasciare nulla. Un fiume che lo stesso definisce “maledetto”, e a quei tempi pieno di detriti, insenature e sterpaglie. A distanza di cinque anni, l’appello della famiglia al sindaco della città e all’attuale prefetto di Catanzaro è sempre però lo stesso: “Ritrovare il corpo di Vincenzo e dargli degna sepoltura”.

Alessandra Renda

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