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Lamezia Terme - Una penna in mano e un libro che fa riflettere. A scrivero è un ragazzo di sedici anni: Marco Palazzo. Ha scritto un libro “Don Giuseppe Palazzo - Il Sacerdote tra le Vigne e il Santuario” (grafichéditore), una figura della comunità che rischiava, come tante altre, di scivolare lentamente nell'oblio. Per aiutarlo a fare ricerca, il vescovo gli ha aperto gli archivi della diocesi. Ed è proprio lui, Monsignor Serafino Parisi, a sottolineare questa disparità fra le notizie belle, che non fanno rumore, e quelle brutte che invece lo fanno. E lo ha detto chiaramente: questa città, questi ragazzi, sono anche altro. In riferimento ai fatti di cronaca che, in questi giorni, hanno riguardato un altro ragazzo in città. Sono parole semplici, ma ci fanno una domanda grossa: "perché siamo così bravi a vedere solo quello che va male? Di fronte alle cose belle, sembriamo sempre distratti".

"Marco - raccontano in una nota - avrebbe potuto fare come tanti altri. Guardare avanti, verso il futuro, il mondo che l’aspetta. Invece ha deciso di dare un’occhiata indietro. Ha cercato documenti impolverati, foto, testimonianze vive di chi don Giuseppe lo aveva conosciuto davvero. Più cercava, più capiva che le poche pagine che dovevano essere un elaborato scolastico non bastavano a contenere tutto quello che trovava. Ha continuato, senza fermarsi. Risultato? Un libro. E non è poco. Anzi, è qui che sbagliamo noi adulti. Passiamo un sacco di tempo a lamentarci dei giovani: sempre distratti, sempre al telefono, incapaci di stare concentrati su qualcosa, senza memoria, senza passioni. Ma poi, davanti a chi dimostra il contrario, nel bene, spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Quella sera Marco l’ha dimostrato, e come. A sedici anni ha deciso che voleva conoscere la storia del suo paese. È entrato in archivio con la curiosità di chi si tuffa in un mistero, ha ascoltato gli anziani, si è fatto contagiare da una storia e ha deciso che nessuna storia merita di essere dimenticata. Soprattutto, ci ha ricordato che la memoria può essere di tutti. Il suo libro non racconta solo un prete. Racconta un quartiere, una comunità, un pezzo vivo di Lamezia. Racconta fatica, fede, terra, povertà, cultura, voglia di stare insieme. Racconta un uomo che stava vicino alla sua gente, tra le vigne, nella vita concreta. Quando gli hanno chiesto cosa sperava di lasciare a chi avrebbe letto il suo libro, Marco non ha parlato di sé. Ha parlato della libertà di scegliere e dell’importanza di aiutare i più fragili. L’ha fatto con emozione vera, arrivata dritta al cuore di tutti quelli che erano lì. A sedici anni. Allora, forse, vale la pena fermarci un attimo. Perché mentre noi discutiamo, giudichiamo, ci indigniamo, condividiamo rabbia e preoccupazione per il “disastro” della gioventù, c’è già qualcuno che ci sta indicando una strada. Non la strada che tutti devono per forza fare. Ma una fatta di studio, di rispetto, di curiosità, di memoria. Di responsabilità. Il problema, l’ha detto bene il vescovo Serafino Parisi, siamo noi adulti. Siamo noi che dovremmo educare, creare occasioni, dare strumenti e fiducia ai ragazzi. Siamo noi che dovremmo, se non altro, imparare a raccontarli".

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"Perché - aggiungono nella nota - se un ragazzo prende un coltello, la notizia diventa enorme. Ma se un altro, della stessa età e della stessa città, passa mesi sui libri e ci regala un racconto di memoria, cultura e solidarietà, perché nessuno ne parla? Perché il bene fa sempre poco rumore. Un coltello fa scalpore. Un libro no. Un’aggressione corre sui social. Un ragazzo nei polverosi archivi passa inosservato. Una tragedia fa notizia. La memoria arriva piano. Eppure, alla fine, è l’unica che rimane. Marco ha deciso di non lasciare che una persona cara alla sua comunità venisse dimenticata. Ha scelto di cercare, capire, raccontare. Sta a noi adulti accorgerci, almeno, di tutto questo. Forse Lamezia non va raccontata solo quando finisce nei titoli dei telegiornali. Merita di essere raccontata anche, e forse soprattutto, quando i suoi ragazzi fanno qualcosa di bello. Se vogliamo davvero educarli, chiamarli al futuro, sostenerli, bisogna toglierci dagli occhi questa abitudine di guardarli soltanto se sbagliano. Dobbiamo guardarli anche quando fanno bene. E Marco, quella sera, ci ha ricordato una cosa semplice e bellissima: a sedici anni si può ancora scegliere da che parte stare. Anche dalla parte della memoria, della cultura, delle radici, degli altri. Questa sì, che è una notizia. Peccato che, forse, non faccia abbastanza rumore".

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