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Lamezia Terme - Una riflessione a più voci sulla vicenda divenuta ormai nota come “la famiglia nel bosco”, mettendo da parte per una volta i toni urlati dei talk show e dalla contrapposizione ideologica, per rimettere al centro i temi dei diritti delle persone, della giurisdizione, del complesso equilibrio tra la libertà educativa dei genitori e tutela giurisdizionale dei minori. Se ne è parlato, nei giorni scorsi, nell’aula “Garofalo” del Tribunale di Lamezia Terme, nell’ambito di un’iniziativa promossa congiuntamente dal Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Lamezia Terme e dalla sezione lametina dell’Osservatorio Nazionale sul diritto di famiglia.

Ad aprire i lavori, moderati dalla presidente della sezione Ondif l’avvocato Monica Greco, la presidente del Cpo Mariannina Scaramuzzino che ha sottolineato come l’iniziativa “si inserisca nel percorso di informazione e formazione che, insieme all’ Ondif, stiamo portando avanti sui temi della tutela dei soggetti più fragili e del diritto di famiglia”. Entrando nel merito dell’argomento, la presidente Scaramuzzino ha sottolineato come “tanto la legislazione nazionale quanto le convenzioni internazionali, come la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, pongono l’interesse del minore al centro dell’attività legislativa. Il superiore interesse del minore è l’unico principio che deve guidare l’assunzione di decisioni che possono essere difficili, come in questo caso l’allontanamento del minore dalla famiglia, un provvedimento che va inteso sempre come extrema ratio”.

“I bambini non sono proprietà né dello Stato né della famiglia, ma soggetti di diritti che vanno tutelati in primis dalle famiglie e, quando è necessario, dall’intervento statale e della magistratura”, ha ricordato nel suo saluto il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lamezia Terme Giuseppe Pandolfo che ha stigmatizzato “la spettacolarizzazione e le intromissioni mediatiche e politiche sulla vicenda” e in particolare “l’atteggiamento schizofrenico del governo che, solo nel 2023, con il cd. Decreto Caivano, ha inasprito le pene per i genitori che non indirizzano i propri figli verso la scuola mentre in questa vicenda, attraverso autorevoli rappresentanti dell’esecutivo e della maggioranza, si è completamente schierato sulle posizioni della famiglia”.  Ha sottolineato la rilevanza di una discussione “che finalmente entra negli aspetti giuridici della vicenda e non si ferma alle posizioni personali”, il presidente dell’Aiga Lamezia Terme Alessandro Ferrise che ha portato il saluto del sodalizio.

“Siamo preoccupati per le conseguenze che la spettacolarizzazione di questo caso avrà sui bambini, per la loro esposizione indebita, per le ripercussioni che questo modo di trattare la notizia avrà sulle stesse decisioni dei servizi sociali e della giustizia minorile”, ha affermato l’avvocato Maria Di Terlizzi, presidente della Camera Minorile “Stefano Marasco” di Lamezia Terme, riportando anche la posizione dell’Unione delle Camere Minorili d’Italia sul tema, auspicando “una comunicazione sui temi della giustizia minorile che sia chiara, ma non urlata, che apra spazi di riflessione per mettere al centro i diritti e non esibire posizioni personali”.

Un’analisi articolata, quella di Teresa Chiodo, presidente del Tribunale dei Minorenni di Catanzaro, partendo dalla constatazione di “una vicenda, quella della cosiddetta famiglia nel bosco, che non  è isolata ma rientra in un ampio numero di casi di famiglie che scelgono uno stile di vita green, alternativo, portando avanti un ambientalismo estremo”.  La giurista sottolinea la particolarità di un caso in cui “l’isolamento non è conseguenza di una situazione di marginalità sociale ed economica, ma una scelta deliberata della famiglia. I bambini sono stati trovati privi dei livelli minimi di istruzione, non conoscevano la lingua italiana. Questo stile di vita, direttamente a contatto con la natura, non produce traumi cognitivi nell’immediato nei bambini. Ma stiamo parlando di una condizione di isolamento che progressivamente impedisce lo sviluppo dei bambini: il mancato rapporto con il gruppo dei pari non consente ai  fanciulli di formare una propria identità,  impedisce lo sviluppo di competenze sociali, priva di quel confronto intellettivo che è fondamentale nella crescita”.

La Chiodo sottolinea il tema della mancata istruzione dei bambini, chiarendo come “se è vero che la legge consente alle famiglie di istruire i propri figli a casa, ciò deve avvenire attraverso docenti che abbiano titoli adeguati e con una scuola di riferimento che possa attivare dei controlli. In questo caso non è stato così, perché i minori sono attualmente analfabeti”. Da qui, l’auspicio di “un intervento giurisdizionale e di un approccio graduale, che è quello che anche noi come Tribunale dei minorenni adottiamo di fronte a casi simili. Prima si impone ai genitori di mandare i figli a scuola. Di fronte al diniego da parte dei genitori, si nomina un tutore che si occupa di regolarizzare la posizione scolastica dei minori e si avvertano i genitori che, laddove dovesse persistere un atteggiamento di rifiuto, i minori possono essere dichiarati adottabili”. Il magistrato ha rimarcato come, dopo la riforma del diritto di famiglia del 1983, “la visione del diritto di famiglia è passata da adultocentrica e puerocentrica:  il diritto del minore viene prima delle aspettative, sicuramente legittime, dell’adulto”.

“Bene che di vicende come queste si parli in queste aule e non nei talk show per non creare l’ennesimo caso Garlasco”, ha detto l’avvocato Renzo Andricciola, presidente della Camera Penale “Felice Manfredi” di Lamezia Terme, che ha sottolineato come “fino ad ora ci sono stati dei campanelli d’allarme ma la vicenda non ha assunto ancora contorni di tipo penale per i genitori”.

“Abbiamo dato per scontato che questa famiglia vivesse in un contesto di completo isolamento e sradicamento mentre loro hanno sempre argomentato che per loro non c’è contrapposizione tra la vita sociale e il loro stile di vita nella natura”, ha affermato nella sua relazione la psicologa Anna Fazzari rimarcando la necessità di “trasformare i confini in limiti,  accettare il limite tra la libertà individuale e l’appartenenza a una comunità con delle regole: accettare il limite significa anche crescere”.  Dalla Fazzari, un invito, quindi, ad un approccio che vada “oltre lo scontro e che si sforzi di comprendere le ragioni dell’altro”.