
Lamezia Terme - Un'inchiesta del giornalista Carlo Puca su Panorama accende un riflettore sulla comunità cinese a Lamezia Terme, e precisamente a Sant'Eufemia, e sui presunti illeciti che dietro a questa popolosa colonia si muoverebbero tanto da aver spinto la procura di Bergamo ad aprire un'inchiesta nei confronti di 27 persone, accudate a vario titolo di corruzione, falsità ideologica, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e contraffazione di documenti. Tutto parte, in realtà, da una presunta "mela marcia" del ministero dell'Interno in servizio alla questura di Bergamo: tale Pierpaolo Perozziello, 43 anni, nato proprio a Lamezia Terme.
Secondo i pm lombardi avrebbe avuto un ruolo chiave nell'ingresso illegale di cittadini cinesi in Italia e in particolare a Lamezia. Alcuni di essi si sarebbero diretti verso il Nord Italia, un'altra consistente fetta - stando alla ricostruzione del giornalista - sarebbe rimasta a Lamezia per creare quella che viene definita la più grande Chinatown del Sud: stando ai documenti ufficiali sono 700 i residenti asiatici, in realtà il numero è molto più consistente e la dimostrazione sarebbe data - all'occhio del settimanale - dalla quantità crescenti di attività commerciali: un centro commerciale a Maida e svariati negozi lungo la via del Mare nell'area attorno alla stazione ferroviaria.
Perozziello viene accusato insieme ad altri di aver agevolato l'ingresso anche attraverso una compravendita illegale di documenti, che potevano costare da 6 ai 9 mila euro e più volte sarebbe venuto in Calabria per occuparsi di questi traffici in combutta con una vera e propria banda italo-cinese. Ciò che porta alla luce il giornalista, oltre ai risvolti penali legati all'inchiesta, è uno spaccato di questa enorme comunità che in silenzio e lontana dai clamori è riuscita a insediarsi e a controllare pezzi di economia. Nel reportage Lamezia viene infatti indicata come il più grande hub di merci cinesi per tutto il centro Sud, anche per via della posizione strategica rispetto ai collegamenti ferroviari, aerei e stradali.
Non mancano le voci del territorio, con il racconto di una signora che ha mantenuto il suo negozio di fiori nei pressi della stazione ferroviaria e con rammarico fornisce la sua testimonianza del cambiamento quasi sociologico vissuto negli ultimi anni per via della corposa presenza della comunità asiatica. Parte del resoconto giornalistico si sviluppa poi nelle città di Bergamo e Prato, presunte centrali operative della banda inchiodata dagli investigatori lombardi.
G.V.
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