
di Antonio Cannone
Lamezia Terme - "Mi ha chiamato il commissariato dicendomi che il 24 luglio, mi pare, si facevano gli esami di reperti di allora, esami su bossoli, non so se pure su indumenti. Non so. Su quello che c'era insomma, e se volevo andare là. Però io ho detto: ci sono già i tecnici dei magistrati, e non ci sono andato. Non so se mi chiamano ancora. Sapere la verità sulla morte dei miei due colleghi e su quanto accaduto alla mia persona è una buona notizia. Sapere la verità, sapere cosa è successo quella mattina, chi è stato il mandante, sapere il perché. Anche se come ho detto proprio a lei nel suo libro, i motivi di quell'agguato si sanno. Gli interessi di allora per la raccolta della spazzatura. Però io credo in quello che dissi e non è stato fatto nulla di quello che ho dichiarato io. Di quello che era stato. Io ho fornito tante prove, tante cose. Però poi al processo è stato tutto annullato. Io non so adesso se si va avanti cosa emerge. Se mi chiamano. Non lo so".
A parlare così, in esclusiva al Lametino, Eugenio Bonaddio, oggi 71enne, il terzo dei netturbini presenti durante l'agguato del 24 maggio 1991 nel quale furono trucidati a colpi di Kalashnikov, Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano. Rimasto ferito gravemente e sfuggito alla morte, Bonaddio porta ancora oggi i segni evidenti di quella tragedia in varie parti del corpo. Porta soprattutto i segni di un'inchiesta "affossata". Di un Pm che fece scadere i termini per presentare l'Appello dopo il primo grado di un processo che purtroppo non fece mai il suo corso fino in fondo. Consegnando alla memoria collettiva un caso ancora irrisolto. La riapertura dell'inchiesta, come abbiamo riferito nei mesi scorsi, confermata al nostro giornale dal procuratore della Dda di Catanzaro, Salvatore Curcio, ha riacceso le speranze dei familiari delle vittime e dei lametini onesti che attendono da 35 anni di sapere perché quella mattina di fine maggio, nel quartiere Miraglia, qualcuno comandò quella strage e armò la mano assassina togliendo la vita a due operai del Comune e ai loro familiari.
Nel corso di questo ultimo anno, dunque, lei non è stato ascoltato dalla Dda?
"No. Non mi hanno mai chiamato".
Nel libro "Quando la 'ndrangheta sconfisse lo Stato" sul caso Aversa, ebbe modo di ribadire, parlando del duplice omicidio dei netturbini, di esser certo di aver visto sparare quella mattina l'Isabella. Oggi? lo conferma ancora?
"Come se fosse ancora oggi, sì. Mi ricordo tutto. Per me quello che ho visto quella mattina lo dissi ai giudici, lo dissi a tutte le istituzioni che venivano per interrogarmi. Abbiamo fatto due incidenti probatori. Due, non uno. Mi hanno messo di fronte a quattro persone tutti in fila e io indicavo sempre chi era stato, sempre la stessa persona. Perché io ce l'ho in testa. Era una persona con i capelli lunghi, barba lunga. Aveva due denti, due canini, prominenti perché lui apriva la bocca con un sorriso beffardo. Come se sorrideva, oppure era un vizio. Non so, forse un difetto suo che apriva la bocca questo non lo so e non lo posso accertare. Mi restò nella memoria questa visione di questa persona. Poi allora fecero tutti gli accertamenti; fecero pure lo stub e risultò che la stessa polvere che era su di noi ce l'aveva lui sulle mani. Allora più prove di queste? Non so che prove una persona deve fornire per poter essere utile e per permettere di fare indagini più approfondite. Non lo so. Per me era lui. Poi ci furono altri confronti e le ho già raccontato nel libro come andò a finire. Misero a confronto due persone identiche con capelli tagliati e senza barba, e a quel punto non potevo indicare più nessuno. Mandavo una persona innocente in carcere?”.
Ad oggi con la riapertura dell'indagine potrebbe emergere qualcosa di diverso rispetto al suo racconto. Non sappiamo ovviamente se c'è un'altra persona, o più persone, ritenute responsabili, se dalle nuove perizie su bossoli o quant’altro si riesce a risalire al colpevole. Lei che idea si è fatto? Se dovesse emergere che l'esecutore materiale è una persona diversa rispetto a Isabella? Per lei sarebbe una scoperta credibile?
"Io non lo so. Se hanno aperto il caso mi fa molto piacere che si possa arrivare alla verità. Non so. Allora aveva la barba e aveva i capelli lunghi, e aveva questi due denti che gli sporgevano".
Insomma, lei è certo di aver visto una persona con quelle, diciamo, fattezze fisiche?
"Sì. Quella figura mi è rimasta impressa. Se c'è un'eventuale altra persona...".
Noi stiamo dialogando, ma non conosciamo, ripeto, lo stato delle indagini. Potrebbe esserci, visto la riapertura dell'inchiesta e la perizia su elementi del passato..
"Si, quelle erano le caratteristiche che avevo indicato. Può darsi che io mi sia sbagliato? Ne prenderò atto...".
Quella strage, così come altri delitti in questa città, rimane ancora un mistero in una realtà segnata dalla presenza della mafia. Lei ha fiducia nella giustizia? Quando ci siamo incontrati l'ultima volta mi disse che non credeva più nella giustizia?
"Guardi, io se devo dire la verità per adesso non ho fiducia nella giustizia perché sono passati 35 anni. E allora avevano tutte le prove possibili per andare avanti. Invece in due anni è stato chiuso tutto; il caso non fu più riaperto. Non si è fatto niente. Però se adesso il nuovo procuratore ha delle prove, diciamo che abbiamo fiducia. Ne prendo atto per andare avanti. Per andare avanti e sapere, almeno prima di morire che hanno trovato gli assassini di Tramonte e Cristiano, e del mio ferimento con tutte le conseguenze che ne porto".
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