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Lamezia Terme - Si è svolto a Lamezia, il primo convegno regionale dei Caffè Alzheimer, proprio nel mese dedicato in tutto il mondo alla sensibilizzazione sulle malattie dementigene, organizzato dalla sezione regionale dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria, con ARN onlus e il CRN. L’incontro è volto al coordinamento e alla cooperazione per la costruzione della Rete Regionale dei caffè Alzheimer, perché si possano confrontare e condividere idee ed esperienze per far crescere queste realtà. Presenti direttore del Centro Regionale di Neurogenetica CRN di Lamezia Terme la dottoressa Amalia Bruni,  a dottoressa Francesca Frangipane Neurologa CRN e Maria Mirabelli Psicologa CRN,  la dottoressa Teresa Dattilo, Teneramente caffè Associazione per la Ricerca neurogenetica -ARN onlus, la dottoressa Lina Lizzio, presidente dell’associazione Alzheimer “Romana Messineo” di Reggio Calabria, dottor Roberto Pennisi, associazione Allegra-mente di Reggio Calabria, dottoressa Vittoria Vardè, Gocce di Memoria di Mileto, la dottoressa Sandra Marzano, Teneramente Alzheimer caffè di Bivongi, la dottoressa Sarah Perrotta, Teneramente Alzheimer caffè di Paola.

Continueranno gli appuntamenti dei Caffè Alzheimer Tener@mente, visto il grande successo degli anni passati, a Lamezia anche quest’anno presso i locali del Chiostro Caffè letterario. L’iniziativa, giunta al suo quinto anno di attività è nata grazie all’intuizione del direttore del Centro Regionale di Neurogenetica CRN di Lamezia Terme la dottoressa Amalia Bruni e del suo team di esperti. Dopo aver sperimentato il fallimento degli incontri di supporto con i malati di Alzheimer e i loro parenti in ambienti clinici ed asettici come gli ospedali, l’equipe della dottoressa Bruni decide di trasformare gli appuntamenti con i pazienti in momenti conviviali. L’Alzheimer Caffè è un luogo protetto aperto a tutti che fa vivere agli ammalati (di lieve e media entità) un momento di condivisione delle problematiche legate alla patologia in una atmosfera rilassata ed offre nello stesso tempo vari tipi di supporto che vanno dal potenziamento delle abilità psico-motorie residue del paziente al supporto psicologico e all’insegnamento delle buone pratiche assistenziali dedicate ai parenti preposti all’attività di sostegno. Il Caffè Alzheimer, ispirato ad un modello olandese che nasce ventitré anni fa a Leida da un progetto dello psicogeriatra Bère Miesen, si pone diversi obbiettivi ambiziosi, non ultimo quello di sperimentare un tipo di assistenza condivisa con tutta la società attraverso il coinvolgimento delle associazioni locali, poiché grazie alla cooperazione di più sinergie si possano scardinare i muri che spesso si erigono. Il fine è quello di combattere lo stigma di una malattia che ha una evoluzione veloce e senza possibilità di regressione che comporta disturbi comportamentali anche gravi e spinge nella maggior parte dei casi ammalato e famiglia all’isolamento. “In Italia - dice la Dottoressa Bruni, - ci sono un milione e duecento mila persone affette da questa malattia, il 50% non è riconosciuto come malato di Alzheimer perché vive chiuso a casa nascosto alla società o giunge ad una diagnosi dopo anni dall’esordio dei primi sintomi. Siamo responsabili come società del loro benessere e dobbiamo preoccuparci di stare vicino a queste persone riservando loro la giusta assistenza, relazionata al livello di gravità della malattia”.

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Anche i familiari coinvolti direttamente o indirettamente nell’assistenza dei pazienti si ritrovano di conseguenza catapultati in questo vortice: hanno bisogno di dritte e supporto psicologico. Devono imparare a condurre una quotidianità nuova, a ricostruire i ruoli che spesso vengono sovvertiti e a gestire le emozioni contrastanti che virano dalla rabbia al senso di colpa. Ed è per questo che durante gli incontri Caffè non manca il supporto psicologico dedicato ai cosiddetti Caregiver, ovvero coloro che svolgono il ruolo di assistenti (spesso il coniuge del malato o un parente). Durante gli appuntamenti vengono proposte una serie di attività manuali, di stimolazione cognitiva e di socializzazione, malato ed assistente svolgono insieme le attività fino alla perdita dei ruoli di preposto e sottoposto, per vivere per brevi lassi di tempo, una condizione di normalità, per liberarsi dallo stress. “Non siamo in grado di guarire la malattia - afferma la neurologa Francesca Frangipane - ma queste iniziative sono rivolte a migliorare la qualità della vita delle persone”.

Dora Coscarelli

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