
Lamezia Terme – “Una giornata al mare tra gli anni ’50 e ’60” è il viaggio nella memoria della professoressa Enza Sirianni, che attraverso ricordi personali, testimonianze e una fotografia di famiglia riporta alla luce atmosfere, luoghi e abitudini di un tempo in cui il mare era condivisione, semplicità e gioia collettiva. Un tuffo nel passato rivolto a chi ha memoria di quei ricordi e alle nuove generazioni, per riscoprire un modo di vivere ormai lontano ma ancora ricco di significato.
“Una giornata al mare tra gli anni ’50 e ’60”
“Ogni fotografia ha una molteplicità di significati; in effetti, vedere qualcosa in forma di fotografia equivale a incontrare un potenziale oggetto di fascino. La suprema saggezza dell'immagine fotografica consiste nel dire: Questa è la superficie. Pensa adesso, o meglio intuisci, che cosa c’è al di là di essa, che cosa deve essere la realtà se questo è il suo aspetto”. (Susan Sontag, in Sulla fotografia). Da una vecchia foto di famiglia, là dove “batte una vita eterna”, come recita un verso di una poesia di Francisca Aguirre, mi assale “un'acre nostalgia” (anche questi versi rimandano ad un altro poeta che cerca una vita impossibile nei ritratti dimenticati, magari in un cassetto) per come eravamo e per il tempo che è scivolato via verso un presente in cui ci si ritrova con una certezza; avere molti più anni. E potere raccontare, se la mente ci sostiene. Dai miei ricordi personali e da quelli di persone a me care, andando sotto la superficie, provo a ricostruire una giornata al mare all'epoca del cosiddetto boom economico, una delle tante trascorse alla “marina nostra” come, un tempo, chiamavamo il tratto di spiaggia che apparteneva al comune di Gizzeria e che tutt'ora ricade nel suo territorio. Occorre precisare che prima che nascesse Lamezia Terme, l'abitato marino oggi denominato Gizzeria Lido, si chiamava Sant'Eufemia Marina, facente sempre parte del comune di Gizzeria. Il mio flash abbraccia ovviamente non solo una consuetudine limitata allo svago estivo, ma a un modo e a un mondo irripetibili per il contesto storico, economico, sociale della fine degli anni '50 e degli inizi degli anni '60. Anni di grandi speranze e di felicità inconsapevoli perché veramente ci si accontentava di poco, che è il segreto in ogni tempo per vivere bene, non pienamente coscienti della fortuna di crescere senza pretese- murriculi nel nostro dialetto- ma con tanti sogni da realizzare. Anni di amicizie disinteressate, di condivisione, di solidarietà, di aiuto reciproco. Alla marina, ci si andava soprattutto di domenica con mezzi propri, più che altro con le prime e rare auto circolanti, dalle topoline alle multiple. Chi non poteva disporre di una macchina, prendeva il “ciuffi ciuffi”, prima un treno a carbone sostituito poi da un’agile littorina, detta Bagni, che faceva la spola tra l'allora Nicastro, Sambiase, Sant'Eufemia Lamezia, Gizzeria, Falerna, dalla mattina al tardo pomeriggio, proprio per consentire di scendere a mare, con un servizio giornaliero efficiente e invidiabile. Vi erano pure coloro che alla marina ci arrivavano in motoretta o in bicicletta, lusso per pochi. I contadini del territorio, invece, avevano il loro mezzo di locomozione nel mite, paziente asino che spesso trainava il carro per il trasporto della famiglia e di oggetti d'uso. Non era infrequente vedere in determinati tratti di spiaggia, sia a sinistra (zona propriamente lametina) che a destra della parte centrale della frazione marina, i “campagnoli”, accampati con le loro carrette che poggiavano sulla sabbia lasciando sospese le aste per stenderci sopra coperte a riparo e protezione dal sole. Allora a Gizzeria Lido, sorgevano i primi stabilimenti che, venendo dai comuni di Sambiase e Nicastro, erano in successione quattro: Lido Sant'Antonio, Lido delle Sirene o Costantino, Miramare, Flavio Gioia, divenuto poi Lido Scalzo. Indubbiamente, l'avere degli stabilimenti attrezzati e buoni collegamenti, poneva la località all'avanguardia tra le mete turistiche della costa tirrenica catanzarese, per cui essa attraeva utenza anche da altri paesi dell'entroterra e della costa. Insomma, Gizzeria Lido era il fiore all'occhiello del golfo di Sant'Eufemia, dinamica, accogliente e vivace. Nettamente separate dai lidi, più avanti a destra, iniziavano le cosiddette “ciambre del muto”, ossia delle capanne fatte con materiali reperiti nella zona palustre del maricello, ecosistema unico, dal vrullu (giunco) alla cannajora (canna corta di palude), che potevano accogliere, a seconda della grandezza, intere famiglie. Alcune ci soggiornavano per settimane, facendola divenire una casa per le vacanze. La stessa cosa accadeva per le baracche. Un mio cugino ricorda che i contadini portavano capienti barili di acqua dolce, a volte scambiata con pesce pescato fresco, visto che la prima scarseggiava. Così per i frutti dei loro terreni, dai pomodori ai fichi. Curioso e singolare era il loro modo di fare il bagno con salvagenti di pezzi di sughero assemblati in un sostegno a ciambella, oppure, legandosi intorno alla vita una corda, ancorata saldamente alla cesta degli asini, riempita di terra posta sulla battigia. Le donne, ancora abbigliate con il costume di pacchiana, si calavano con la camicia e comunque vestite. Nell'acqua, gli indumenti si sollevavano apparendo come fazzoletti bianchi galleggianti nell'azzurro: una sorta di quadro di Joaquìn Sorolla. Tra gli stabilimenti, la mia famiglia preferiva fermarsi al Miramare, sia per l'amicizia che ci legava al proprietario, sig. Peppino Gaetano, sia perché bene organizzato. Vi erano le docce, oltre alle cabine e alle baracche, gli ombrelloni e le sdraio, la spiaggia sempre pulita. Con il sig. Gaetano collaboravano miei parenti per montare all'inizio della stagione e smontare alla fine, i manufatti in legno. Un mio zio dava una mano anche a fare il bagnino. Una delle figlie, nonché mia cugina, mi racconta che una volta il padre salvò una coppia di fidanzati in difficoltà su una barchetta trascinata dalla corrente al largo. Fu così bravo e coraggioso a riportarli a riva, che ne diedero notizia i giornali locali".
"Ogni stabilimento aveva la rotonda vista mare dove vi erano il bar, il Jukebox, i biliardini, qualche tavolo con sedie in cui sostare, prendere frescura, ascoltare le canzoni del momento, bere una gassosa al limone o al caffè, prodotte a Nicastro da due diverse aziende, e partecipare, se lo consentivano i genitori, alle feste da ballo serali con la musica dal vivo. Il Miramare addirittura organizzava l'elezione di una miss tra le avvenenti signorine con le fogge di quegli anni, dai vestiti avvitati ai capelli raccolti a chignon. Una rotonda sul mare di Fred Bongusto, può riportare a quelle atmosfere semplici, gioiose, in cui nascevano corteggiamenti, fidanzamenti, schermaglie amorose di ragazzi che sarebbero restati, di alcuni che erano solo di passaggio per le vacanze, di altri ancora che sarebbero partiti per sempre verso il Nord o l'estero. Gizzeria richiamava gente dal cosentino e vibonese anche per la ristorazione a base di pesce freschissimo come le anguille, le mormore, le balestre (pesce porco), le ricciole piccole (alopite) e i prelibati pesci pettine (surici). Dai lidi alle trattorie, non era difficile trovare un posticino dove sedersi e mangiare bene con prezzi accessibili. Cosa si faceva sulla spiaggia? Si chiacchierava (vivevamo nello stato di grazia zero telefonini e zero social), si giocava a pallone, a tamburello, con la sabbia, ci si sfidava a rimbalzello (lanciare sassi piatti in acqua e formare dei cerchi), si passeggiava lungo la battigia non superando troppo la linea di costa dell'abitato di Gizzeria. Tanto per intenderci, la Marinella, Ginepri, rimanevano poco esplorate. Invece la località conosciuta come Pesce e Anguilli e la splendida Capo Suvero, dove sorge uno dei dodici bellissimi fari della Calabria, erano più frequentate dai gizzeroti. Anche Falerna non era in auge allora, visto che il suo sviluppo di ridente cittadina balneare si delineò nettamente verso gli anni '80".
"Com'era il mare? Trasparente, limpido, senza chiazze sospette, sporcizia non meglio identificata o fioritura di alghe come succede oggi, probabilmente per l'incidenza delle attività antropiche. Le alghe e residui di posidonia (preziosa per i fondali del Mediterraneo) si vedevano spiaggiate solo dopo violente mareggiate. Quando ci si calava in acqua, si poteva scorgere il fondo popolato da pesciolini guizzanti, stelle marine, cavallucci, e vicino agli scogli, ricci, mitili e perfino ostriche tenacemente attaccate alle pareti. Ci si tuffava rigorosamente a digiuno o non prima che fossero trascorse due ore dall'avere mangiato. Era una raccomandazione costante dei genitori non farsi il bagno per non bloccare la digestione. Vi era infatti la consuetudine di portare il pranzo da casa, in capienti cesti, con i “ruoti” di pasta al forno, “mulangiani chini”, “vrascioli”, formaggio pecorino, soppressata e l'immancabile anguria, tenuta al fresco nella sabbia umida a riva.Capitava di assistere a gare di nuoto improvvisate tra aitanti giovanotti che si spingevano lontano, con i bagnanti a riva che li vedevano scomparire sotto lo scintillìo del sole. Pochi erano i materassini di tela su cui ci si lasciava cullare dal movimento del mare in tonalità brillanti, dallo zaffiro al diamante. Rari i canotti che si potevano permettere i più benestanti. Chi non sapeva nuotare, si sedeva a riva, accontentandosi di essere massaggiato dalle onde e dalla miriade di sassolini che si trascinavano dietro. Ritornando alle sfide e alle gare tra ragazzi, come non ricordare quelle dei tuffi dalla panchina che serviva come attracco per le imbarcazioni da trasporto, vicina al lido Sant'Antonio? Non si trattava di un porto, ma di un punto di partenza e arrivo delle piccole navi adibite ai commerci della piana. Che negli anni di cui si parla, erano fiorenti perché ricca era la produzione della pianura di Sant'Eufemia. Su queste imbarcazioni si caricavano vini, uve, fichi secchi, grano, zucchero, agrumi, pesce essiccato, conserve, sansa, merci dirette soprattutto al porto di Genova dove avveniva lo smistamento per altre mete del Nord Italia ed Europa. Da rammentare che tra il territorio di Gizzeria e Lamezia, vi erano numerose e diversificate realtà produttive, costituite da piccole aziende locali che lavoravano a pieno ritmo. Della banchina, oggi non vi è traccia visibile, essendo stata distrutta dalle mareggiate, benché fosse di granito e ferro, e gradualmente scomparsa, insabbiata letteralmente pure in conseguenza delle modificazioni profonde che ha subito quel tratto di mare. Si pensi che negli anni in oggetto, esso arrivava quasi fino alla strada statale, inondandola quando si scatenava furioso. Mi si è detto che resti della banchina sono affiorati nella zona in cui ora vi è il lungomare, a testimonianza di un passato che prometteva un benessere diffuso, sia per la congiuntura favorevole degli anni del boom economico, sia per la laboriosità dei lametini e degli abitanti del circondario, sia per il tesoro di bellezze storiche, paesaggistiche, naturali, che per la fertilità e biodiversità del nostro territorio. Un territorio, come mi disse un toscano che aveva scelto di viverci, benedetto da Dio ma trascurato dagli uomini. Senza scordare, come dice Eugenio Montale in “Quaderno di quattro anni”, che: "Abbiamo fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo”."
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