Lamezia: alla riscoperta dell’abbazia dei Quaranta Martiri

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Lamezia Terme - L’Associazione “…dei Quaranta Martiri” di Lamezia Terme, ha effettuato un’escursione in località Mitoio di Lamezia, allo scopo di localizzare topograficamente i resti dell’Abbazia Bizantina dei “Quaranta Martiri”, verificarne l’accessibilità e documentarne fotograficamente la consistenza. Accompagnati dallo storico del Gruppo, Giuseppe Ruberto, che già nel 1993 aveva accompagnato sugli stessi luoghi altri amanti dell’archeologia lametina ed in particolare l’archeologo Roberto Spadea della Soprintendenza dei Beni Archeologici della Calabria, per documentare la consistenza dei ruderi.“Che si tratti dei ruderi dell’Abbazia - spiegano dall’associazione - la probabilità è altissima, sia per come riferì l’archeologo Spadea al nostro Giuseppe Ruberto nella spedizione del 1993, sia per l’amenità e l’esposizione del luogo, sia per la dimensione dello spessore dei muri che supera il metro di larghezza a testimonianza di un edificio di notevole consistenza edilizia”. Il motivo che ha spinto il gruppo in questa nuova avvenuta, lo stato d’oblio di questi luoghi. Essendo l’obiettivo dell’Associazione quello di ridare dignità storica e culturale ai luoghi della nostra civiltà millenaria, si è voluto “rafforzare con lo studio - affermano - sul campo anche il forte valore simbolico di questo luogo per attribuirgli il valore identitario che esso merita specie nell’immaginario collettivo e popolare, uscendo dalle anguste e spesso autocelebrative disquisizioni dei soli addetti ai lavori”. “La storia, per essere la nostra storia, deve essere una storia alla portata di tutti ed essere capace di ridarci, come popolo,  l’orgoglio e l’entusiasmo di vivere un territorio in cui le vicende di questi luoghi si intrecciano con le vicende dell’intera umanità”. Questo il pensiero dell’associazione.

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“Ai soci dell’Associazione “…dei Quaranta Martiri”, tra cui Luigi Serafino Gallo, Giovanni Mazzei, Antonio Vaccaro, Raffaele Fabio Mastroianni, Giuseppe Ruberto, Francesco Antonio Fagà, l’idea di alzarsi ed affrontare fisicamente un percorso che portasse alla ri-scoperta di questo luogo - comunicano i membri dell’associazione - è sovvenuta dopo un periodo di studio che non ci ha dato risposte, ma solo altre interessanti domande: Ascoltare il continuo ricorrere nella storia locale lametina di una presenza bizantina legata alla devozione dei Quaranta Martiri e leggere che tale devozione  trae origini nella storia della Chiesa bizantina ortodossa :  40 soldati romani, durante la persecuzione di Licinio (310), non avendo abiurato la loro fede cristiana, furono immersi in un lago gelato di Sebaste e morirono congelati e che Sebaste, detta anche Sivas, cittadina dell’omonima provincia armena, sorge nei pressi di un grande fiume (Kizilimak Nehri)  e ivi sono presenti famose acque termali, accostando così, sul piano geografico, i luoghi di quella vicenda (il fiume e le terme), con il nostro fiume Bagni e le nostre Terme di Caronte, ci ha fatto chiedere: può essere che i monaci bizantini fondatori pensassero allo stesso accostamento, sia ideale che geografico? Le copiose testimonianze documentali raccolte dal nostro Giuseppe Ruberto, con un lungo, oscuro, faticoso e certosino lavoro di consultazione di archivi (da quelli locali a quelli napoletani), tra cui la recentissima scoperta di documenti inediti che confermano l’esistenza della Chiesa di S.Elia alle falde del Monte omonimo,  sulla presenza bizantina nel nostro territorio, , così come essa risuona ancora oggi nei nostri toponimi: San Biagio, Sant’Elia, Santa Sofia, Santa Venere, Santo Sidero, Sant’Eufemia, ecc. ; ci ha fatto chiedere: questi luoghi hanno visto il prosperare di una civiltà a forte identità bizantina  e dove risiedono, ancora, i resti di questa identità? Ascoltando il nome Mitoio, e sospettare che, nel greco antico, possa letteralmente significare:  “podere di un Convento” ; ci ha fatto chiedere: perché no? Perché noi, come altri in Calabria e nel Mediterraneo,  non avremmo potuto avere una Abbazia a Mitoio?E leggere del nostro Enrico Borrello che nel suo libro “Storia di Sambiase e del suo territorio” ci racconta come Sambiase si chiamava anticamente, durante il periodo romano, “Ad Turres” e che, solo successivamente, gli venne dato il nome di San Biagio (santo bizantino) poi evolutosi in Sambiase; ci ha fatto chiedere: se erano tanto potenti questi bizantini da cambiare i toponimi perché non lo potevano essere anche nella capacità di rimodellare fisicamente un territorio, magari edificando?Tante altre domande ci affascinano e ci spingono alla ricerca; oggi siamo ancora abbagliati da quella presenza di quei ruderi ri-scoperti dopo un faticoso percorso, solo momentaneamente appagati dall’emozione di un luogo che racconta storie millenarie; ma, presto, molto presto, riprenderemo a camminare, studiare e camminare, e non solo per il puro piacere fisico e della scoperta ma, anche, per pensare o almeno offrire il nostro contributo di pensiero, in una città in cui il sapere va divulgato al suo popolo, su come ridare un significato identitario, simbolico  e culturale di questa meravigliosa nostra storia lametina”.