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Liquami direttamente nei campi/FOTO

Liquami direttamente nei campi/FOTO

Pubblichiamo le foto a colori della nostra inchiesta presente in quest’ultimo numero de Il Lametino. “L’ultimo tassello di una storia senza fine. Liquami direttamente nei campi” parla, infatti, di un canale di acque nere e maleodoranti che, pare si sia formato a partire dalla seconda metà d'agosto lungo la strada che porta al depuratore ed al pontile. Presenti, lungo l’argine, anche diverse pompe che sembrerebbero essere collegate, da una parte, a dei pozzetti e, dall'altra, al canale in questione. Maggiori dettagli nell’articolo di pagina 9, del numero 150 de Il Lametino con una inchiesta a cura di Virna Ciriaco.

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Area Ex-Sir, tra incuria e silenzi

Area Ex-Sir, tra incuria e silenzi
di Virna Ciriaco
Lamezia Terme - Viaggio nella più grande area industriale del Mezzogiorno, così come molti amano definirla, e ritorno. Quello che stiamo per raccontarvi non è la storia dell’Ex Sir di Rovelli & Co, ma ha piuttosto il tanfo di una discesa agli inferi nell’attualità dei nostri giorni.  Quell’attualità che ha fatto spendere fiumi d’inchiostro su rifiuti seppelliti nei più disparati luoghi della nostra Regione (vedi il fiume Oliva o la Pertusola, l’ex stabilimento Montedison di Crotone). Che poi si tratti di rifiuti speciali che sono stati seppelliti, e forse smaltiti, illecitamente o con il silenzio-assenso di chi, in quei terreni, negli anni, era ed è ancora padrone, non sta a noi dirlo. Non siamo investigatori, il nostro mestiere è quello di raccogliere testimonianze e divulgarle ai lettori e ai cittadini affinché quella cappa opprimente che grava sull’area industriale lametina si dissolva definitivamente. Per farlo, siamo andati sul posto per vedere e capire. Una passeggiata nell’area industriale è molto istruttiva e vale più di cento testimonianze o racconti. Noi l’abbiamo fatta e ne abbiamo ricavato l’impressione che ci sia qualcosa di importante che non può e non deve più essere passato sotto silenzio.

Una strana collina in pianura

Il primo giro lo effettuiamo prendendo una delle tante stradine abbandonate nell’area industriale, accessi che chiunque può varcare proprio per l’incuria in cui versano. Uno dei segreti dell’area industriale è custodito vicino al Turrina, più precisamente collocato fra il depuratore, da una parte, e una distesa di pannelli solari, finanziati con fondi pubblici, dall’altra. Ed è lì che ci si para innanzi gli occhi la prima sorpresa: una collina nella distesa sconfinata dell’Ex Sir, proprio a fianco del depuratore da cui proviene il caratteristico tanfo. Ai piedi della collina ci accorgiamo che passano i tubi del metanodotto (con tanto di cartello di pericolo) mentre ad una delle estremità della piccola montagna svetta uno dei pali della videosorveglianza. A pochi metri di distanza, separato solo da un lembo di strada semi abbandonata, ecco il Turrina, l’enorme canale che sfocia verso il mare.

 

La storia del veleno “segreto”

Ci dicono che quella collina non è, o almeno non dovrebbe essere, una vera e propria discarica ma un semplice deposito temporaneo. Di cosa? Di un particolare materiale. Si tratta della fibra di vetro che veniva prodotta oltre vent’anni fa nello stabilimento della Five-Sud che era della Sir di Rovelli, ma gestita dal gruppo Ruoppolo. Successivamente, nel 1989, l’impianto fu ceduto alla Montecatini (Gruppo Montedison). Nel 1991 arrivarono così nell’area industriale Texmet, Lamespun e Lamezia Speciality Film. In quegli anni lo stesso stabilimento fu ristrutturato e riconvertito nella produzione  con finanziamenti pubblici della legge 488/92. Tra il 1990 e il 1991 la Montedison si trovò, dunque, nella condizione di dover smaltire la fibra di vetro rimasta nell’impianto e affrontare uno sviluppo produttivo diverso. Ma la società non poteva smaltire rifiuti industriali in un’area di proprietà del Consorzio senza avere l’assenso del proprietario. Quello che oggi si chiama AsiCat era all’epoca il Nucleo di Industrializzazione della Piana di S. Eufemia presieduto dall’avvocato Magnavita che rivestì la carica di presidente per oltre un ventennio, ossia dalla sua istituzione, nel 1967, fino al 1993 quando, nel corso dell’ottava legislatura, fu sostituito dall’avvocato Pier Camillo Senese. Tra il 1995 ed il 1997 una società del gruppo che produceva fibre metallizzate, la Texmet, fu dismessa ed i lavoratori riassorbiti nella Lamezia Speciality Film (ex gruppo Treofan). Dei rifiuti prodotti dall’allora Texmet nessuno parla. Che fine abbiano fatto, una volta dimessa la produzione, non è dato sapere. Quella che sembra certa, invece, è la fine toccata in sorte alle fibre di vetro dell’azienda Five-Sud prodotte nello stesso stabilimento (ora ex Treofan). L’idea originaria, come ci raccontano testimoni attendibili, non era quella di creare una discarica permanente ma piuttosto una sorta di “deposito temporaneo” dove ammassare le tonnellate di fibra di vetro prodotte dallo stabilimento. Un sito provvisorio, dunque, in vista della distruzione da parte di quell’inceneritore che, ironia della sorte, spicca con il suo alto comignolo al di là della “collina” formata dalla fibra di vetro della Five-Sud.

Lo smaltimento della fibra di vetro

La fibra di vetro viene essiccata e così viene resa innocua, se non viene contaminata  dall’acqua. L’unico modo per distruggere la fibra è la termo combustione. Nel caso che stiamo esaminando, ciò non avvenne perché l’inceneritore non entrò in funzione e la discarica-deposito, da temporanea, divenne definitiva. Furono adottate precauzioni per questo “deposito”? Si coprì tutto con un semplice telo e sopra fu rovesciato uno strato di terra. L’efficacia di questa protezione non è evidentemente molto grande. Intanto, in alcuni punti si vede molto bene il telo. Poi, nel corso degli anni la natura si è presa la sua rivincita. Oggi la collina della fibra di vetro è coperta dalla vegetazione. Può essere successo di tutto, compreso il fatto che l’usura del tempo e le radici degli alberi abbiano bucato il telo sottostante, lasciando così filtrare l’acqua piovana. E, in effetti, poco più in là ne abbiamo la conferma. Continuando nella nostra ricognizione possiamo scorgere, a breve distanza, un vero e proprio foro nel telo che ricopre la montagnola. Il telo è vecchio, logoro, ed affiora in più parti dove la vegetazione si dirada. Si, è proprio lui; è il telone al quale era  stata improvvisamente affidata la protezione della fibra di vetro da possibili infiltrazioni d’acqua per non fare uscire il percolato e inquinare il terreno e le falde acquifere sottostanti. Si sa, gli anni passano per tutti e per ogni cosa, qui ne sono passati almeno una ventina. Si resta comunque increduli di fronte al fatto che si possa creare una collina artificiale con rifiuti industriali vicino al depuratore (costruito in quelli stessi anni) oltre che vicino al fiume Turrina che sfocia, a poche centinaia di metri, nel nostro mare.

Quella fanghiglia verdastra

Ma le sorprese non finiscono qui. Ben presto, proseguendo nella nostra esplorazione, incontriamo quella che sembra essere la conferma delle avvenute infiltrazioni. Proprio alla base della collinetta, vicino al palo della videosorveglianza, ci si presenta davanti agli occhi una specie di fanghiglia, frutto della pioggia che ha caratterizzato le ore precedenti la nostra visita. La sostanza appare a tratti di colore verdastro. Ci spiegano che la fibra di vetro all’epoca, per essere lavorata, aveva bisogno di un particolare olio di questo colore. Percolato? Non possiamo affermarlo e siamo in attesa di risposte che speriamo vengano presto. La fitta vegetazione che si è sviluppata alla base della collina ci impedisce di continuare l’esplorazione, alla ricerca di altre eventuali chiazze di fanghiglia verdastra. Sappiamo bene che le fibre di vetro sono un materiale speciale considerato “non pericoloso” e che esse possono essere smaltite in discarica, secondo la normativa vigente, ma “solo  se prive di leganti organici”. Ma l’olio che ci dicono fosse necessario alla lavorazione delle fibre è proprio una sostanza organica.


I pericoli per la salute

Anche se non cancerogena come l’amianto, la fibra di vetro può comportare irritazioni cutanee, nella più felice delle ipotesi, e l’asbestosi nei casi più gravi. Le irritazioni cutanee sono provocate dal contatto fisico mentre l’inalazione di particelle eventualmente diffuse nell’atmosfera circostante può provocare l’asbestosi che, semplificando, può essere definita un’infiammazione polmonare che degenera in fibrosi e poi ancora in enfisema fino, anche, al tumore polmonare o pleurico. Le particelle volatili delle fibre di vetro, infatti, possono depositarsi nei polmoni e lì sedimentarsi perché il corpo umano non riesce a rigenerarle. Insomma, protetti da un semplice telone logoro vicino a un fiume e al mare, non c’è da stare allegri.

I diversi interrogativi

A questo punto della nostra escursione fra i rifiuti, viene spontaneo porsi e porre alcune domande. Cosa ci fa una discarica vicino a un depuratore, vicino a un fiume che poco più in là sfocia nel mare e su un suolo di proprietà del Nucleo Industriale? Chi ha autorizzato, se qualcuno lo ha fatto, quello che potrebbe dimostrarsi un vero e proprio reato ambientale? Ci saranno delle indagini? Noi ci auguriamo di sì e che siano rapide. Per la tranquillità dei cittadini di Lamezia e del comprensorio che si tuffano in quel mare e che nell’area industriale hanno cullato l’idea di uno sviluppo possibile, non di una pattumiera di rifiuti industriali mimetizzati in collinette artificiali.

 

La seconda collina dei segreti

Ma l’escursione continua e non finiscono le sorprese. Troviamo così un’altra strana “collina” che è possibile scorgere poco prima di addentrarsi nella pineta che va verso il pontile ed affaccia in uno slargo. Questa volta, si tratterebbe di un cumulo di fanghi della depurazione. Vista dalle mappe satellitari, comunque, questa seconda collina è molto più grande ed estesa di quella dove sarebbero depositati i rifiuti in fibra di vetro. Anche qui, stessa tecnica: una montagnola coperta da terriccio e vegetazione, ma più vicina al mare e alla pineta rispetto alla prima. Due facce, forse, della stessa medaglia. Entrambe custodite negli anni nella noncuranza di chi sapeva, ha avallato, oppure ha preferito far finta di niente disinteressandosene. Perché qualcun altro, oltre a chi ci ha suggerito la nostra escursione fra i rifiuti, sicuramente deve sapere.

Area industriale come discarica

Un fatto è certo: il nuovo Consorzio, se l’ha richiesto, non potrà più fregiarsi della denominazione di area industriale ecologicamente attrezzata, così come previsto nell’articolo 21 della legge regionale numero 38 del 2001 che istituisce le Asi. In quell’articolo, infatti, si afferma nel primo comma che le Asi possano dotarsi della denominazione di “area industriale ecologicamente attrezzata” solo se esistano “delle strutture e degli impianti idonei ad assicurare la tutela dell’ambiente, della salute e della sicurezza, oltre ad adeguati impianti e sistemi di monitoraggio ambientale dei livelli atmosferici, acustici ed elettromagnetici”. Nel secondo comma si legge: “I Consorzi che si sono dotati dell’attrezzatura di tutela ambientale, della salute e della sicurezza richiedono alla Provincia di dichiararne la qualificazione come area ecologicamente attrezzata. Il Presidente della Provincia previa opportuna verifica, provvede con proprio atto al relativo riconoscimento”. Un semplice riconoscimento e nulla più? No, perché chi può fregiarsi di tale denominazione gode anche di finanziamenti così come esplicitato nello stesso articolo 21, al comma 3: “Le aree di cui al precedente comma 1 fruiranno prioritariamente degli aiuti finanziari pubblici nazionali, regionali e comunitari”.

Un auspicio per il futuro

Ci auguriamo che l’Asi non abbia, negli anni passati, inoltrato tale richiesta anche perché sarebbe il colmo che il Consorzio provinciale per la promozione e lo sviluppo delle imprese che sorge a Lamezia, a capitale interamente pubblico, avesse ricevuto negli anni, grazie al comma 21 della legge regionale 38/2001, finanziamenti pubblici “nazionali, regionali e comunitari” senza sapere che al suo interno, su suoli di sua proprietà, vicino a un fiume e al mare, sorgevano due “colline”, quantomeno “sospette” e non abbia mai pensato di informare l’autorità giudiziaria competente in materia per avviare le operazioni di scavo e d’analisi e dissolvere così ogni dubbio sull’origine e il contenuto di sospette “colline”. Tanti interrogativi, quindi, alla fine del racconto. L’augurio è che qualcosa si muova, anche sulla scia di questo articolo.

tratto da Il Lametino n. 147

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I beni dei Boss

di Virna Ciriaco

Lamezia Terme - Eppur si muove. Già, Lamezia. La città più volte tacciata sbrigativamente di essere “mafiosa” e dove i fatti positivi non vengono ripresi o rilanciati dalle cronache nazionali o locali conserva, invece, nelle mani del patrimonio comunale, un piccolo, grande tesoro. Stiamo parlando di appartamenti, ville, capannoni, negozi e magazzini, ubicati sia nella vasta periferia che nel nostro caotico centro i quali sono stati confiscati alle ‘ndrine locali nel corso degli ultimi anni. Si tratta di ben 107 beni confiscati alla ‘ndrangheta locale e “restituiti” all’intera collettività lametina sottoforma di sedi per associazioni di volontariato e culturali, oltre che, come la cronaca ha recentemente messo in luce per contrada Misà, anche nella veste di nuove scuole, siano esse materne che elementari.

Tale patrimonio si aggira, sommando tutti gli immobili, su diversi milioni di euro. Ma c’è qualcosa che va oltre tali cifre. Il vero tesoro, il valore reale lo svolgono quelle associazioni che si rivolgono verso il progresso, la civiltà, siano esse la Croce Rossa o l’Associazione Antiracket, che ora usufruiscono di quei locali un tempo acquistati o costruiti con provenienti illeciti; volete poi aggiungere la soddisfazione di istruire tanti bambini in quella che un tempo era la villa di un boss locale? In particolare, dei 107 immobili, ben duemagazzini, ubicati sia nella vasta periferia che nel nostro caotico centro i quali sono stati confiscati alle ‘ndrine locali nel corso degli ultimi anni. Si tratta di ben 107 beni confiscati alla ‘ndrangheta locale e “restituiti” all’intera collettività lametina sottoforma di sedi per associazioni di volontariato e culturali, oltre che, come la cronaca ha recentemente messo in luce per contrada Misà, anche nella veste di nuove scuole, siano esse materne che elementari. Tale patrimonio si aggira, sommando tutti gli immobili, su diversi milioni di euro.

Ma c’è qualcosa che va oltre tali cifre. Il vero tesoro, il valore reale lo svolgono quelle associazioni che si rivolgono verso il progresso, la civiltà, siano esse la Croce Rossa o l’Associazione Antiracket, che ora usufruiscono di quei locali un tempo acquistati o costruiti con provenienti illeciti; volete poi aggiungere la soddisfazione di istruire tanti bambini in quella che un tempo era la villa di un boss locale? In particolare, dei 107 immobili

Lamezia: I cacciatori di case abusive

Lamezia: I cacciatori di case abusive

di Virna Ciriaco

Lamezia Terme - La piaga dell’abusivismo edilizio sembra aver trovato, negli ultimi tempi, una levata di scudi. Dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione, la Procura della Repubblica di Lamezia Terme, infatti, ha chiamato in città il Genio Guastatori di Palermo per verificare la fattibilità nel demolire circa 32 manufatti abusivi. Questi ultimi sono stati giudicati illeciti nell’ultimo grado di giudizio e, cioè, in Cassazione. Dopo tanti anni, quindi, si è dato luogo a procedere con l’istruttoria e si sono verificati i primi sopralluoghi, sfociati in una relazione del Genio Guastatori depositata a Napoli. Solo tra due o tre mesi si saprà se le ruspe entreranno in azione e se interesseranno tutti e trentadue gli illeciti giudicati abusivi. Il “se” è d’obbligo, per almeno due motivi. Il primo ruota attorno al fatto gli abusi edilizi in questione sono circondati da altrettante case regolarmente edificate nel corso di questi anni e c’è l’impossibilità, per alcuni, di procedere senza ledere alle vicine proprietà. Il secondo implica una serie di fattori d’ordine sociale che la Procura “potrebbe” decidere di tener in conto e per i quali non si abbia luogo a procedere nella demolizione. Questo perchè alcuni dei manufatti sono attualmente abitati da più nuclei familiari e, per queste persone, in caso d’avvenuto sfratto e successiva demolizione, si profilerebbe un aiuto da parte del Comune nella ricerca di una sistemazione, anche provvisoria. La questione, quindi, non è di semplice soluzione ed i 32 illeciti da demolire “potrebbero”, nei prossimi mesi, decrescere considerevolmente, arrivando a sfiorare un numero di poco inferiore, o superiore, alle 5/6 unità. Al momento, comunque, vi segnaliamo le vie ove sono ubicati detti abusi (garage, recinzioni, magazzini, case singole): Località San Sidero (1 abuso), Località Chianta (1 Abuso), via Podgora (1 abuso), loc. Cerasolo (1 abuso), via Regina Margherita (1 abuso), via dei Carolingi (1 abuso), via dei Brutii (1 abuso), via Roberta Lanzino (1 abuso), via Salvatore Foderaro (2 abusi), via Roberto il Guiscardo (1 abuso), via S. Miceli (1 abuso), via degli Enotri (1 abuso), Località Barisco (1 abuso), via Conciapelle (1 abuso), Ponte S. Antonio (1 abuso), Contrada Romeo/via Saladini (1 abuso), via Calabrua/Ocinaro (1 abuso), Località Montesanti (1 abuso), Contrada Crozzano (1 abuso), Località Pullo – SS 18 (1 abuso), Bastione di Malta (1 abuso), via Giovanni XXIII (1 abuso), Contrada Pane (1 abuso), Località Viscardi (1 abuso), via Murat (1 abuso), via Gandhi – Località Schpani (1 abuso), Località Richetti (2 abusi), via Conforti e Lagani (1 abuso), Via Materazzo (2 abusi).

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La storia dei sequestri a Lamezia

Il Cronistra Ugo Caravia ricorda gli anni dei rapimenti nel lametino

Sulla stagione dei sequestri a Lamezia ecco cosa ha ricordato il cronista Ugo Caravia. Un periodo cupo, fosco della cronaca locale con tanti rapimenti eccellenti della Lamezia che conta, Bilotti, Bertucci, Tripodi, Grandinetti, Bertolami mentre , a "sorpresa", emerge da tale lista il nome del figlio di un ricco industriale di Tivoli, cittadina dei castelli romani, tristemente famosa per essere oramai associata alla vita da Carabiniere di un nostro concittadino tristemente scomparso, Gennaro Ventura. Ecco, quindi, di seguito cosa ha ricordato di quegli anni il giornalista lametino. "La stagione dei rapimenti di persona nel lametino si svolse in due fasi: la prima ebbe inizio con il sequestro dell'ingegnere Mario Bigotti, avvenuto a novembre del 1970.

Questo rapimento, il primo in assoluto a Lamezia, si confuse,  per via degli strascichi giudiziari che comportò, quattro anni più tardi con quella di due anziani coniugi: Gabriele D'Ippolito e Filomena Ciliberto.Questi furono liberati quasi immediatamente, dopo dieci ore. Era il marzo del 1974, quindi , quando Polizia e Carabinieri irruppero in un vecchio casolare  della Piana lametina, di cui era proprietario Michele Dattilo, il quale fu sorpreso in una specie di cunicolo scavato nel fienile di questo casolare. Michele Dattilo fu arrestato visto che era latitante da anni in quanto condannato per omicidio e, allo stesso tempo, furono liberati i coniugi D'Ippolito. Questa operazione consentì a Polizia e Carabinieri di chiarire immediatamente altri due sequestri, precedenti a quello dei due coniugi, ed entrambi conclusi con il versamento delle somme richieste per il riscatto. Si trattava  del rapimento del sindaco di Fuscaldo, Giuseppe Pannizza,operato dall'anonima sequestri lametina, e quello di un commerciante di Decollatura Eugenio Gigliotti ed anche questi due erano stati tenuti in questo cunicolo dell'abitazione di campagna in questione. Dal 1970 al 1980, a questi sequestri di tipo estorsivo, ne avvennero altri tre.

Quello di uno dei tre fratelli Bertucci titolare dell'omonima catena di magazzini, quello di Francesco Grandinetti e quello di Tripodi, proprietario della concessionaria Fiat. Ed a questi sequestri bisogna poi aggiungerne un altro e, cioè, quella di un giovane universitario di Sambiase, Filippo Caputi, il quale si risolse in breve e che ebbe anche un processo celebrato a Cosenza. La seconda fase dei sequestri, invece, si svolse nella prima metà degli anni '80.  In questa fase avvene il rapimento del floro-vivaista Bertolami, che non si concluse con il suo ritorno e che non se ne parlò più. Ma Lamezia fu il teatro di un altro rapimento, sempre nei primi anni '80, che vide prigioniero per sei mesi il figlio di un industriale di Tivoli, il quale era soprannominato il re del travertino.

Per il riscatto di Fabrizio Mariotti furono versati un miliardo e cinquanta milioni di lire. Parte di questo ricatto poi fu recapitato. Questo Mariotti fu sequestrato a Tivoli, sotto casa, caricato sulla sua stessa macchina e portato qui a Lamezia. Solo dopo sei mesi ed il versamento del riscatto, fui liberato presso lo svincolo autostradale di San Mango d'Aquino. Lì fu raggiunto dalla Polizia che successivamente  arrestò tutti quelli che erano coinvolti con tale sequestro.In quell'occasione fu facile risalire ai rapitori in quanto il giovane disse che era stato trattenuto in una casa dalla quale sentiva suonare, in un certo modo, le campane di una chiesa, che poi si scoprì essere quella di San Giovanni Calabria a Capizzaglie. Inoltre, durante la sua prigionia in un cunicolo riuscì ad avere la possibilità di sentire il gazzettino di una emittente lametina. Con tali indicazioni la Polizia risalì ai rapitori. Questi furono i sequestri di persona a Lamezia".

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