Lamezia: Trame 4, i calabresi e la “Vil razza dannata” nelle parole di Filippo Veltri

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Lamezia Terme – La Calabria raccontata da una narrazione distorta, semplificata e ancorata ai luoghi comuni, è quella che non si trova nel libro “Una vil razza dannata? Riflessioni sulla Calabria e i calabresi”, scritto a quattro mani dai giornalisti Filippo Veltri e Aldo Varano e presentato nell’incontro di apertura del quarto giorno di Trame, moderato dal giornalista Salvatore D’Elia.

“Il nostro è un libro volutamente provocatorio, privo di buonismo e del classico politically correct” spiega Filippo Veltri che insieme ad Aldo Varano ha cercato di uscire fuori dai soliti schemi che vedono la Calabria e i calabresi dipinti sempre secondo i medesimi cliché, secondo quella interpretazione antropologica che ci ritrae tutti come dei delinquenti.

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Nel libro, i due autori hanno inserito anche una selezione di saggi tratti da un numero speciale della rivista “Il Ponte”, diretta da Piero Calamandrei, uscito 64 anni fa e incentrato sulla Calabria, alla cui scrittura si sono dedicati personaggi intellettuali e storici del tempo come Alvaro, La Cava, Rèpaci, Zanotti-Bianco, che riuscirono a raccontare in un modo nuovo questa regione, il cui epiteto più frequente sembra essere “terra bella e maledetta”. “Da questa raccolta– ha spiegato Veltri – ne è uscita fuori una lettura sorprendente, una lettura che andava fuori dai desiderata del pubblico”.

“Si parla sempre di ‘ndrangheta – ha continuato – ma non si parla mai del nodo cruciale: perché non è stata sconfitta”. E’ qui, secondo l’autore che sta il problema. A questo si aggiunge il racconto di una “società incivile”, delle zone grigie, la denuncia della vacuità di una certa antimafia ma soprattutto di quella classe dirigente politica, che Veltri ha definito “specchio della società calabrese” e “classe d’incolti indegna di questo nome, che ha teso solo ad autoalimentarsi e ha accentuato l’unione (e non la commistione) con la criminalità”. La responsabilità della positività che non riusciamo a far emergere è imputabile, secondo i due autori, a quella classe politica che non ha saputo tirar fuori l’identità territoriale vera e ha preferito “una rappresentazione farsesca e di comodo dei calabresi”. La vil razza dannata di cui parlano è l’immagine pregnante dei calabresi: è una sfida, una provocazione, un incitamento a fare ognuno da sé senza “rimandare la palla”. “Nel libro – conclude Veltri – non vogliamo dare risposte. Proviamo ma il vero problema è porsi le domande giuste”. 

Claudia Strangis

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