Dissonanze aliene dall’ultra zona: Steve Vai invade Martirano Lombardo

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Martirano Lombardo – “Dovete imparare ad ascoltare quello che state suonando. Molti chitarristi pensano che il loro suono venga dall’amplificatore o dalla pedaliera, ed è vero fino a un certo punto, perché il vero suono viene dalla tua testa” (Steven Siro Vai).
Chiusura col botto per la session estiva, seppur appena fuori tempo massimo, del RockOn Martirano Lombardo, inaugurata il 6 agosto da Alessia D’Andrea, Massimo Varini e i Goblin di Claudio Simonetti. Per l’occasione, l’ormai consolidato festival classic rock oriented si è reso promotore di un altro evento storico, portando in Calabria, per la prima volta in quasi quarant’anni di carriera, il grande Steve Vai, uno dei musicisti più influenti e innovativi della storia della chitarra moderna.

Lanciato nei primissimi anni ’80 da Frank Zappa come trascrittore di partiture e successivamente stunt guitar, Vai si è imposto come chitarrista ipertecnico, originale ed estremamente fantasioso nell’esplorare tutte le possibili dimensioni espressive dello strumento. Qualità che lo hanno portato a collaborare con nomi del calibro di David Lee Roth e Whitesnake, prima di intraprendere definitivamente una brillante carriera solista impreziosita dalla presenza fissa nel G3 di Joe Satriani e dal Grammy per “Passion & Warfare”, pietra miliare del 1991 divenuta un must imprescindibile per ogni aspirante axeman.
Vai è atterrato a Martirano nella sesta tappa dell’ Alien Guitar Secrets Master Class Tour, per una lectio totale in cui ha rivelato parte dei segreti di uno stile inimitabile che ha rivoluzionato l’approccio alle sei corde.
Seminario partito subito in quarta con la funambolica esecuzione, su base registrata, di “Racing the World”, da “The Story of Light” (2013), seguita da “The Crying Machine”, classico tratto dal monumentale “Fire Garden” del 1996, per una prima, impressionante dimostrazione di talento “diabolico”.

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Dopo la sbornia iniziale, via alla discussione introdotta dai racconti di un simpaticissimo Vai sulle sue origini italiane e sul celebre tour del 1982 con Frank Zappa, ricordato sempre con grande affetto e profondo rispetto.
Nonostante ci si trovasse di fronte a un mostro di tecnica, la lezione ha assunto subito un carattere molto discorsivo, incentrato prevalentemente su aneddoti tesi ad approfondire questioni anche prettamente strumentali in un contesto di grande interazione con il pubblico, costantemente invitato a porre quesiti o a salire sul palco per confrontarsi con il Maestro, sempre prodigo di consigli e pareri sul proprio stile.
Perché per Vai, ancor più importante della tecnica, è “guardare in profondità e dar forma al suono nella propria testa, come in una sorta di stato meditativo”.
Significativi, in tal senso, due episodi legati alla superiorità della sensibilità umana rispetto all’attrezzatura: la sua prima volta a casa di Brian May e una visita di Eddie Van Halen (“Era in casa mia, nel mio studio, con la mia chitarra, il mio amplificatore e le mie regolazioni, ma suonava esattamente come Eddie Van Halen”).
Tutte teorie confluite nella genesi della canzone successiva, la splendida “Sisters”, altro classico stavolta da “Passion & Warfare”, saggio da primo della classe su come si compone una ballad. E a tal proposito, fondamentale “cantare ogni singola nota e registrare sempre qualsiasi idea o intuizione”, modus operandi utilizzato nella composizione di due capolavori come “For the Love of God” (suo autentico cavallo di battaglia, sempre da “Passion & Warfare”) e “Tender Surrender” (“Alien Love Secrets”, 1995), ultimo brano prima di dar spazio alla classica jam con una manciata di chitarristi.

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Closing affidata, invece, proprio a “For the Love of God”, sei minuti di lotta e passione, tormento ed estasi in cui feeling e dissonanze attraversano “la sottile linea tra pagani e cristiani”, per un’altalena emotiva in grado di tracciare un solco profondo tra le guitar ballads di ogni tempo. A suggellare una serata memorabile, dopo il consueto meet&greet post Master, l’omaggio del liutaio calabrese Alberto De Gattis che, in accordo con l’associazione, ha donato a Steve Vai una sua splendida creazione progettata esclusivamente per lui, fedele al suo modello ma modificata secondo il gusto dell’artigiano di Rende.

Con la storica Master Class di Steve Vai si è conclusa così l’undicesima edizione del RockOn, mai come quest’anno particolarmente ricca di eventi prestigiosi tra graditi ritorni (Aristocrats) e debutti assoluti (Robben Ford, Massimo Varini, Goblin e Alessia D’Andrea), culminata nella materializzazione di un sogno, come sottolinea il presidente Vittorio Lanzo: “Steve Vai è sempre stato un nostro obiettivo. Parliamo di un artista che rappresenta l’evoluzione del chitarrista moderno, uno in grado di rivoluzionare l’approccio allo strumento. Quando abbiamo iniziato, nel 2006, sembrava impensabile, un miraggio, ma col tempo, step by step, siamo riusciti in quest’impresa. La nostra volontà è sempre stata quella di mettere la Calabria al pari delle regioni italiane più evolute sotto questo aspetto, dove eventi del genere non rappresentano avvenimenti eccezionali e incredibili, ma ordinari. E con Steve Vai – conclude Lanzo - abbiamo mantenuto fede a questa linea realizzando anche il nostro più grande sogno”.

Francesco Sacco

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