Il rito dei “vattienti” a Nocera Terinese: il sangue come legame tra vivi, morti e divino - VIDEO

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Nocera Terinese – Un rito unico in Calabria, come pochi altri, che testimonia la forza e la persuasione del più alto concetto di tradizione e quindi d’identità di un paese. Il rito dei ‘vattienti’, l’autoflagellazione, dei noceresi è ormai senza età. Non esiste una data certa di inizio, ma esiste la trasmissione di generazione in generazione, unione tra passato e presente, con i suoi mutamenti storici, economici, sociali. Il venerdì e il sabato santo sono da sempre l’immagine della comunità. Qualcosa che non riesce, perché non vuole, a separarsi mai rispetto le vicende storico-religiose che nel tempo hanno causato loro contrarietà e profondo dissenso.

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Che sia un atto di fede, che sia un voto ai defunti o ai parenti ammalati, che sia un peccato da eliminare, il ‘sangue’, vero protagonista del rito, è l’elemento caratterizzante ed intimo che unisce l’uomo con l’uomo, riflesso di problematiche, soluzioni, valori quali la fratellanza, la condivisione, la comunicazione, ma anche il pericolo, il controllo. Ed è proprio in tale contraddizione che il rito dei ‘vattienti’ trova la sua ragione d’esistere in un modo così affascinante. Da un lato il rifiuto, con luoghi comuni, di un rito considerato tuttora strano, primitivo, dall’altro l’attrazione, la gioia di donne e bambini che mostrano senso di riconoscimento verso i loro parenti che si battono. Un rito attuale, perché dimostra di essere il riflesso di una contingenza europea dolorosa, un rito necessario, perché abitua a un nuovo rapporto con il sangue, in un’epoca contemporanea ancora vicina dal pensarlo quale aspetto liturgico cruento. Ma oltre ad immaginarlo, occorre viverlo.  La presenza del sangue, è infatti simbolo di un archetipo vita – morte. Ed è il sentimento che i noceresi vivono da osservati e che trasmettono a coloro che con sguardo esterno vivono da osservanti.    

L’immagine è quella di una piazza semideserta, che in pochi minuti (intorno alle 20.30) nella sera del venerdì santo, si riempie di uomini che si battono, di bambini piccoli Ecce Homo, di anziani che escono fuori dalle loro case o si apprestano a dare il loro saluto alla Pietà, che seguita da una marcia funebre molto sentita, si ferma come da Via Crucis, con momenti suggestivi e delicati insieme. Le chiese del paese sono già colme di sangue sui gradini, e le strade si impregnano di un odore di sangue misto a vino. Fa più effetto l’immagine della Pietà circondata da telefoni cellulari e da macchine fotografiche che il sangue cosparso dappertutto. L’aspetto estetico più evidente della trasformazione, del passaggio tradizione/modernità, qualcosa che forse, oggi più di ieri, può portare destabilizzazione e alterare l’emotività del vattiente che viene a tratti infastidito dagli avvoltoi fotografici, e nei bambini può provocare anche spavento. Tuttavia, anche qui le contraddizioni non mancano. I vattienti sono attori di un rito antico, medievale, in cui escono fuori per mostrarsi.

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Mentre la processione scorre per il paese, i vattienti fanno sosta in più parti. Passano dalle chiese, dagli esercizi commerciali, da case a loro vicine nel cuore. Un rito che prevede una preparazione molto attenta e che rappresenta anch’essa un rito, nel quale c’è molto di spiritualità, niente di segreto o vietato ma che richiede una certa riservatezza. Oltre ad assicurarsi l’ecce homo, che lo seguirà per le vie del paese per tutto il tempo, con una corda a lui legato, ricoperto nei fianchi da un panno rosso e lasciando il dorso e i piedi nudi, il vattiente indossa una maglietta o camicia ed un pantaloncino corto nero, sgambato sulle anche. In testa un fazzoletto nero, detto mannile, e su di esso calza una voluminosa corona di sparacogna. Il vattiente si batte con il cardo (pezzo di sughero dotato di 13 lanze di vetro, da loro scelte) con la rosa, (disco di sughero di 10 cm) invece si pulisce, spingendo il sangue verso terra. Dietro il vattiente, o di lato, c’è solitamente un amico, pronto a versare di tanto in tanto del vino sulle ferite. Infine, quando il vattiente rientra a casa, il lavaggio con acqua e rosmarino, fatto bollire per lunghe ore sul fuoco per lenire il dolore.

Un rito che richiede una certa distanza da curiosi osservatori ‘distratti’, che vengono in paese solo per gettare uno sguardo critico fine a se stesso. Ci sono più ipotesi interpretative al riguardo. L’idea del sangue come rinascita, da associare alla vita, o l’idea del sangue-penitenza, inteso come mortificazione. Alcuni studiosi hanno ricondotto il rituale a religioni e credenze precristiane. Per altri invece il rito si sarebbe originato nelle religioni affermate nel Medioevo (si pensi alle sette ereticali) fino al Concilio di Trento. Ma come sostiene l’antropologo Vito Teti, nella ricostruzione storiografica di Franco Ferlaino, personaggio fra i più accreditati nello studio di tale rito, il sangue ‘intenzionalmente versato’ diventa parola, mutevole, forte e silenziosa, nascosta ed urlata. Un sangue che, appunto per questo, conferisce sacralità e continuità tra mondo dei vivi, mondo dei defunti, mondo divino. Il sabato santo, a Nocera Terinese, è testimonianza viva di un passato che non passa. Tutte le case sono aperte e pronte ad accogliere amici, parenti ma anche sconosciuti. In un giorno come questo l’accoglienza è la festa per emigrati che ritornano, è l’opportunità per creare nuovi legami, dialoghi inediti.  

Valeria D'Agostino

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