
Lamezia Terme - E’ da oggi visitabile nella sala del Museo Archeologico Lametino dedicata alla Magna Grecia la nuova tomba in laterizi proveniente dalla necropoli di San Sidero, lungo il corso del fiume Bagni, a circa cinque chilometri da Iardini di Renda, ovvero dal sito di Terina. Individuata insieme ad altri tumuli di diversa natura nel 2010, durante gli scavi per la costruzione di un metanodotto, la tomba sarebbe rappresentativa di una delle varie modalità di inumazione coesistenti in quella che sembra ormai certo essere la necropoli di Terina, secondo quanto dichiarato da Roberto Spadea, già funzionario archeologo di zona per la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Calabria.
Questa necropoli avrebbe visto, nella prima metà del IV secolo a.C., la conquista della colonia – a quanto pare relativamente pacifica - da parte dei Bretti, cosa che giustificherebbe la presenza di diverse tipologie di sepoltura, dipendenti da nuovi influssi culturali, rituali diversi o da esigenze igieniche di sconosciuta natura.

“La necropoli rappresenta il limite nordorientale della città – sottolinea Spadea – e questo ci fa capire fra l’altro quanto Terina doveva essere grande.” A curare la parte tecnica di ricostruzione della tomba, che si presentava con il soffitto completamente crollato e le tegole per lo più in frammenti, l’ingegner Rocco Purri dell’Associazione Archeologica Lametina, coadiuvato da alcuni giovani studenti del polo Tecnologico dell’IPSIA “Leonardo da Vinci”, che grazie ad una sinergia promossa dalla dirigente Patrizia Costanzo si sono occupati del lavoro di pulitura e suddivisione dei laterizi, facendo anche da guida ai coetanei in visita.
“Sono state individuate ben quattro diverse tipologie di tegole: di colmo, pentagonali, di tipo corinzio e di tipo corinzio a dimensioni maggiori, ovvero della misura di 92 per 61,5 centimetri” – riferisce Purri il quale dopo aver curato la parte archeometrica si è avvalso per l’indagine chimico-fisica dei reperti dell’aiuto del professor Oliva e del dottor Pingitore dell’Università della Calabria, operando, oltre al riposizionamento ordinato di tutti i frammenti, anche la ricostruzione di quelli mancanti secondo la tecnica di cottura usata in antico. Ha ottenuto così un risultato con copertura a falde che trova riscontro perfetto in altri esemplari più o meno coevi di tombe in laterizi ritrovati a Locri e a Crotone, di cui ha recato testimonianza il dottor Gregorio Aversa, direttore del Museo Nazionale di Capo Colonna, confermato dal professore Mollo dell’Università di Messina. Dunque un esempio mirabile di sinergia fra Soprintendenza, Università, scuola e associazionismo, che si spera di poter replicare, nonostante il frequente disinteresse della politica.

A questo proposito la professoressa Vincenza Purri Siviglia, presidente dell’Associazione Archeologica Lametina, ringrazia nel suo breve intervento la dottoressa Doris Lo Moro, presente in sala, la quale nel ruolo di sindaco, infrangendo la regola del disinteresse, è stata fautrice con il suo appoggio all’Associazione dell’apertura del Museo Archeologico, dove da oggi il nuovo reperto, restituito nella sua interezza, è custodito per la gioia dei visitatori.
G.D.S.
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