
Lamezia Terme – “Acqua Santissima – La Chiesa e la ‘Ndrangheta: storie di potere, silenzi e assoluzioni” è l’ultimo libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, “la coppia terribile” come li ha chiamati il giornalista Gianfranco Manfredi durante la presentazione del libro organizzata dal Centro “Riforme-Democrazia-Diritti” in collaborazione con la libreria Tavella. “Un libro provocatorio”, l’ha definito Costantino Fittante che ha moderato l’incontro, al quale ha partecipato anche uno dei preti coraggiosi raccontati nel libro, don Giacomo Panizza della comunità Progetto Sud.
Nella loro ultima fatica letteraria, Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della DDA di Reggio Calabria e Antonio Nicaso, studioso e massimo esperto dei fenomeni criminali in particolare della ‘ndrangheta, raccontano le due facce di una stessa medaglia: parlano di quegli uomini di Chiesa che hanno appoggiato, velatamente o palesemente, la criminalità organizzata e di quelli che, invece, hanno deciso di combatterla, magari anche sacrificando la loro vita. “Può sembrare un libro di accusa – spiega Gianfranco Manfredi – ma non è un libro contro la Chiesa. Indaga un terreno tortuoso e per questo riscuote al tempo stesso un grande successo ma anche tante polemiche e dibattiti”. Raccontano di “don Abbondi e Fra Cristofori”, di quella parte della società soggiogata al potere e tracciano i ritratti di figure anche sconosciute ai più, sia positivi che negativi. Don Giacomo Panizza, prete bresciano trapiantato a Lamezia che della lotta alla ‘ndrangheta ha fatto una bandiera, dice che questo libro ha il pregio di circoscriverci nel senso che “informa, ci porta a conoscenza di determinati episodi”, su questi però “bisogna indagare e capire per quale motivo continuano ad esistere queste situazioni”. Non fermarsi quindi, alla semplice informazione ma cercare di capire per quale motivo la Chiesa abbia lasciato correre. “La Chiesa – conclude Don Giacomo – è stata inventata per servire e non per esercitare un potere”.
Il libro, scritto a quattro mani da questa coppia di autori ormai consolidata, già prima che uscisse era stato molto criticato, “proprio perché - – spiega Nicola Gratteri - andava a toccare nervi scoperti e a qualche uomo di Chiesa destava preoccupazione”. L’autore spiega che la loro non voleva essere un’accusa, come invece molti la vogliono far passare, quanto piuttosto un atto d’amore verso la Chiesa stessa. Nel loro saggio di denuncia, infatti, vogliono ritrarre uno spaccato di una realtà, frutto di anni di studi e di ricerche documentate: “la ‘ndrangheta si nutre di consenso popolare – spiega il procuratore – e il fatto che i boss si mostrino vicini ai preti o ai vescovi è solo un’esternazione di potere, il simbolo di un modello vincente”. Non è un segreto che la ‘ndrangheta plasmi i propri riti su quelli cattolici e che si sia servita della religione perché funzionale ai loro interessi, ciò che sconvolge è che, ancora oggi, da parte di alcuni sacerdoti e vescovi si manifesti l’omertà e che ci sia ancora bisogno di negare la conoscenza con i boss o addirittura l’esistenza stessa delle organizzazioni criminali.
“Non esiste solo la chiesa negativa, - continua Gratteri – ma anche quella positiva con l’esempio di quei preti che rimangono coerenti con la loro fede”. Gli autori, infatti, raccontano sia storie recenti di sacerdoti “eroi” che continuano a fare il loro lavoro, silenziosamente, ogni giorno, che storie passate, lontane ormai negli anni, di quei preti dimenticati perfino dalla Chiesa stessa: “don Antonio Polimeni e don Giorgio Fallara furono uccisi nel 1862 ad Ortì perché denunciarono la ‘ndrangheta quando nessuno ancora la chiamava con questo nome. Di loro, primi martiri della lotta alla criminalità organizzata, non c’è traccia in nessun archivio ufficiale ecclesiastico”. “A me piace parlare di uomini, di persone, di fatti e non mi piace generalizzare. – spiega il magistrato – Quello che abbiamo fatto è stato cercato di parlare di entrambe le campane e raccontare entrambi gli aspetti. Ci sono tanti preti sconosciuti che fanno il loro lavoro senza grandi clamori ed è questa la Chiesa che vogliamo, a prescindere se si sia credenti o meno. La chiesa in Calabria ha grande seguito e grande responsabilità. Per questo motivo – conclude – deve essere guida nel sociale e soprattutto nel quotidiano”.
Claudia Strangis
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