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Lamezia Terme - Al Museo archeologico di Lamezia, nei giorni scorsi, si è tenuto un convegno su un importante dipinto presente nel nostro territorio, conosciuto più per il valore devozionale che per quello propriamente artistico: l'affresco della Madonna della Spina contenuto nel piccolo Santuario omonimo in Bella di Lamezia Terme, così chiamato a causa della leggenda che sta alla base del suo ritrovamento. Teresa Gaetano, dottoressa in conservazione dei beni culturali, ha illustrato agli amici dell'Associazione archeologica la ricerca da lei effettuata sull’affresco, sia dal punto di vista storico-artistico che scientifico, pervenendo a una probabile datazione e ad un ambito artistico di influenza. Come sottolineato dal professor Lucio Leone nella sua introduzione, in ambito pittorico l'opera è una delle più antiche presenti nel territorio lametino; anteriore ad essa è probabilmente solo l'affresco rinvenuto tra i ruderi dell'Abbazia benedettina di Sant'Eufemia nel corso dei recenti lavori. L'affresco visibile nel piccolo Santuario mononavato consta di due parti: “l'affresco originale, più antico, medievale, raffigura la Madonna col Bambino assisa su un alto trono sovrastato da una cortina di colore bianco; la figura della Vergine è rappresentata in posizione rigidamente frontale e ieratica, colta come nell'atto di incedere verso lo spettatore per porre alla sua attenzione, mostrandolo con gesto eloquente, il Figlio. La cornice esterna, di epoca molto posteriore, descrive un drappeggio tra due colonne tortili.  L'esistenza dell'affresco è testimoniata per la prima volta da un manoscritto settecentesco custodito nella Casa del Libro Antico, lo “Zodiaco di Maria”, in cui il domenicano napoletano Serafino Montorio disegna la geografia di tutti i santuari mariani del Regno di Napoli, distribuiti nelle dodici province”.

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L'affresco, è emerso durante il convegno, che nel corso del tempo ha avuto un particolare impatto sulla pietà popolare del luogo, si inserisce a pieno titolo nella storia dell'iconografia mariana di Calabria e dell'Italia meridionale, nonostante non parli un linguaggio propriamente ortodosso. Esso presenta infatti inflessioni e accenti provenienti da diverse aree culturali, bizantine ma anche occidentali e nordiche, condividendo con tutte le icone dell'Italia meridionale il porre l'accento sul carattere devozionale più che sui dettami della Chiesa orientale. Il gesto della Madonna richiama sia l'iconografia dell'Odighitria (colei che indica la via) sia quello dell'Eleusa, o Madonna della Tenerezza, ma il tipo teologico principale appare essere quello bizantino della Theothokos-Basilissa, (Madre di Dio che reca gli attributi della sua regalità), nella variante della Kyrotissa, cioè col bambino al petto, nell'atto di offrirlo all'adorazione.

Diverse sono le ipotesi sulla datazione dell'affresco. Certamente va collocato nel periodo successivo al sacco di Costantinopoli del 1204, che causò l'arrivo in Occidente di numerose reliquie e icone, nell'ambito però di una progressiva occidentalizzazione della pittura, per cui si assiste a un trapasso da immagini “bizantine” a immagini devozionali, di carattere più didascalico. Se gli esperti che hanno restaurato l'affresco nel 1993 sottolineano il superamento delle forme bizantine in una sintesi più moderna e occidentale, collocandolo in epoca normanna o normanno-sveva, altri studiosi, come Maria Pia Di Dario Guida e di Giorgio Leone,  collocano il dipinto nel tardo medioevo,al tempo della dominazione angioina del regno di Napoli. La dinastia angioina, infatti, nel suo intento di centralizzazione politica intorno alla capitale, cercò di promuovere l' uniformazione del linguaggio artistico, che nel Trecento era volto a un adattamento alle tendenze innovative dell'arte italiana, a scapito delle peculiarità regionali.

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I due studiosi mettono in luce la cultura giottesca dell'affresco lametino; la Di Dario Guida propende per una datazione entro la prima metà del XIVsecolo, accostando l'affresco della Spina alle pitture murali di Tropea, ascritte dalla studiosa al Maestro delle Tempere francescane; mentre la datazione proposta da Leone è di poco posteriore, scaturendo dal confronto con le pitture murali di Santa Maria dell'Episcopio di Scalea, anch'esse collegate, insieme con un lacerto di affresco rappresentante una Santa nella Chiesa di Santa Maria della Consolazione ad Altomonte, al Maestro delle tempere francescane,personalità artistica nonché giottesco di rilevo operante in tutto il Regno di Napoli in pieno Trecento. L'affresco lametino potrebbe testimoniare un momento di trapasso, in cui le persistenze locali accolgono suggestioni di matrice giottesca.

Esso presenta un tratto di arcaicità ravvisabile in altre testimonianze del tempo, come in un frammento di affresco parimenti bizantineggiante e databile al XIV secolo, che rappresenta una Madonna Incoronata, nell'abbazia basiliana di San Basilio Cratetere (Borgo San Basile).Se gli attributi regali, quali l'acconciatura, la corona e il velo, fanno pensare a sentori francesizzanti e nordici, la tipologia iconografica e la simbologia tradizionale dei colori, assieme ad una arcaica costruzione dei nimbi,testimoniano legami con i modi locali. Sono queste testimonianze, in epoca angioina, di una diffusione della presenza francescana, e di un'arte che va emancipandosi dalle lontane ma ancora vitali  radici bizantine.

Dopo aver argomentato la sua proposta di lettura stilistica,Teresa Gaetano ha poi illustrato l'indagine diagnostica, per cui è stata utilizzata la tecnica XRF, metodologia non invasiva di spettroscopia in emissione di raggi X, che ha consentito una conoscenza approfondita dell'affresco. In chiusura di serata il prof. Lucio Leone ha letto un'antica quanto bellissima preghiera in dialetto rivolta alla Madonna della Spina, testimonianza tratta da uno scritto di don Pietro Bonacci.   

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