
Lamezia Terme, 6 marzo - “Prendi un altro nome. Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo “rosa” anche con un altro nome avrebbe il suo profumo”. Romeo ha questa di colpa, di essere un Montecchi, perché comunque d’amore profuma, s’inebria e ne muore. Romeo e Giulietta sotto una veste nuova, fresca, riproposta per le nuove generazioni, eppure mai così classica: loro due lì sulla scena, amanti dalla sorte avversa, figli dell’odio, perché appartenenti alle avverse famiglie Montecchi e Capuleti, ma sposi dell’amore. Al settimo appuntamento della Stagione di Prosa, al Teatro Comunale Politeama di Lamezia Terme è andata in scena “Romeo E Giulietta”, la celebre tragedia di William Shakespeare, nella traduzione di Massimiliano Palmese e con la sequela di un sorprendente cast di giovani attori diretti da Giuseppe Marini.
È la nota vicenda d’amore dei due giovani veronesi, immersi nella loro storia d’amore, che si è sfracellata su di loro come un carico di stelle, consumata in fretta nella crudeltà dell’odio tra le famiglie, delle risse per strada, dell’onore pagato lungo il filo delle lame; e nei palazzi i giovani rampolli chiedono fanciulle in sposa mentre queste hanno un cuore in mano ad altri, al vero sospiro che ossigena e scorre dentro e non all’infelice palazzaccio altrimenti accreditato. Si leggono di chiari riferimenti scenografici alla cinematografia burtoniana, ed effettivamente la scena si sviluppa su atmosfere cupe, con elementi gotico-fiabaeschi, ma il senso della tragedia rimane intatto, con tutto quel movimento poetico del linguaggio shakesperiano, quelle congetture appassionate che fanno dell’autore inglese il più grande dei drammaturghi di sempre, quei miasmi dell’animo espressi fino all’inverosimile del lirismo, quei baci furtivi che si scambiano l’eternità di un amore maledetto, perché detto male dal mondo in cui è precipitato e non perché male amato: “E rendimelo, allora, il mio peccato”, e Romeo la bacia ancora.
Lo spettacolo che ha visto l’interpretazione straordinaria di giovani attori come Gloria Gulino nel ruolo di Giulietta, Giovanni Anzaldo nel ruolo del suo amato, Mauro Conte (Mercuzio) e altri visibilmente più scafati come l’ineccepibile Fabio Bussotti e il suo Frate Lorenzo, si è caratterizzato per il ritmo sempre incalzante delle scene, di un movimento opportunatamente teso sui passaggi, tenendo l’attenzione del pubblico sempre alta e non concedendo nememno cali di tipo emozionale. Davanti ad un Mercuzio così energico, di un’enfasi attuale, spavaldo intrattenitore di compagnia, abile provocatore quanto Tebaldo agile con la lama; Romeo insaziabile d’innamoramento, riccioluto putto drammatico, incosciente quanto deciso, impaziente postulante dell’amore, eppure inerme sotto il giogo del destino; Giulietta delicata donzella dalle rosee guance, preludio di un rosso più vivo e scintillante sulla punta della lama, capace di contenere dietro quell’ampia veste un gracile segreto, un eterno proibito amore e un gesto estremo quanto la morte affondata nel petto, o la vita oltre la vita senza Romeo; e Frate Lorenzo, pio e devoto religioso, eppure capce di elargire consigli azzardati, ma se Dio è amore lui crede con tutto se stesso in quell’unione; e poi ancora Paride, insulso e nobile fiore, ingenuo delle cose del tempo e della passione vera, ritratto perdente quanto casto, proprio come quel fiore che tiene sempre in mano, strappato alla sua vera e pura natura, in attesa di Giulietta invece sempre tra le radici del suo amore per Romeo. Perché è lui Romeo, e se anche non possedesse niente, neanche il suo nome, sarebbe sempre la bocca, la gioia e la notte, finanche quell’ultima notte, quell’ultimo abbraccio: “Con un bacio, io muoio”. Poi vive, s‘inchina e ringrazia oltre il sipario.
Pasquale Allegro
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