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Lamezia Terme, 4 marzo - E l’occhialuto e scapigliato Allevi, dal richiamo “nerd” non fosse per le Converse ai piedi e l’improbabile t-shirt nera con tanto di messaggio psichedelico, l’abbiamo anche ascoltato discettare della sua vita e della sua musica, che poi sono della stessa materia compenetrata com’è la sua esistenza di quelle note sferrate al metodo e al cuore. Il giorno dopo del concerto che ha tenuto al Politeama di Catanzaro, si è accomodato nella sal consiliare del Comune di Lamezia Terme, con al fianco Raffaele Gaetano, per un nuovo appuntamento del “Sabato del Villaggio”. Artista poliedrico e particolare, figlio di una formazione classica, eppure così incautamente fuori da quei canoni che lo volevano mansueto come tanti suoi colleghi accademici, “chiusi nella propria torre d’avorio, distanti dalla gente, con il culto del passato sempre sotto braccio”. Mentre lui cita Hegel e l’idea della storia come percorso anche doloroso che si ripresenta però ogni volta arricchito, l’Allevi laureato anche in filosofia, musicista che “arrichisce la sua arte – così come introdotto da Raffaele Gaetano -  di un taglio speculativo”.

E l’occasione è ghiotta anche per presentare il suo libro “Classico ribelle”, un ossimoro perfetto, quasi come l’immagine che egli offre di sé, di artista libero e sregolato, lontano dalle vecchie concezioni del classicone in frac col ciuffetto spiattellato sulla fronte, ma allo stesso tempo così “popular” e rock star da copertina. Visione che trova conferma in una sala consiliare piena zeppa, tanta la gente in piedi, di diversa età e provenienza: dal ragazzino che magari studia al conservatorio ma sogna di presentarsi anche lui alla Scala come fosse Robert Smith dei Cure, alla casalinga che è rimasta straniata ed emozionata dalla musica di Allevi tra un soffritto e l’Imu ancora da digerire, fino all’intellighenzia culturale che costantemente affolla gli appuntamenti dell’evento ideato e curato da Gaetano. C’è spazio anche per un intervento particolarmente ispirato del vice sindaco Francesco Cicione: “Ieri ci hai deliziato con i suoni dei tuoi pensieri – dice rivolto all’artista - oggi ci intratterrai invece con i pensieri dei tuoi suoni”. Con ciò meritevole di menzione, di contro alle solite espressioni istituzionali di circostanza. 

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Giovanni Allevi appare dinoccolato anche nei pensieri, con la sua simpatica verve da artista problematico e ansioso fino al midollo. Raffaele Geatno, impeccabile nel suo stile sobrio da dandy moderno, lo incalza divertito, raccontando un episodio della vita del giovane pianista, quando ad una sua insegnante aveva risposto di trovare la concentrazione nel caos urbano e tra la gente anziché passeggiando tra i boschi: “Ho provato a seguire quel consiglio – racconta Allevi – ma tra il silenzio degli alberi ho provato solo un’ansia profonda, mentre io mi sento vicino all’umanità dispersa e gettata nell’esistenza di cui parla Heidegger”. E il professor Gaetano gongola, davanti alla citazione filosofica numero due. Si palesa poi l’artista incompreso dalla critica musicale, istituzione che a suo avviso “non deve giudicare, abituata com’è ad un’impostazione scolastica, ma deve favorire l’accesso alla fruizione dell’opera d’arte”. Lui costantemente criticato dal mondo accademico, che “dopo un periodo di depressione” ha trovato la forza di reagire componendo, “perché la musica – è il suo punto di forza - riporta ad un equilibrio lo stato delle cose”. Questa la sua risposta, la sua operazione di catarsi, per uno che ha trovato la forza “nell’insicurezza e nella fragilità”.

La platea segue con interesse, divertita ad ogni accenno di ironico dissenso dal conformismo imperante e istituzionalizzato, puntuale e assordante nel plauso di fronte ad un artista che sbotta in un “Evviva l’imperfezione!”, o nel più acclamante “Io vi amo!”; o ancora più irresistibilmente sedotta quando Allevi invita ognuno a “scoprire il proprio talento, il proprio sogno da realizzare, difficile da individuare in una società come quella attuale che presenta diversi modelli e invita a vivere i sogni degli altri”. Giovanni Allevi, l’ossimoro sempre sorridente, colui che ha “il buio dentro per creare luce fuori”, per creare quello che dentro non trova, che compone “passando dalla complessità per ricavare la semplicità”, quella che poi raccoglie consensi, perché la sua è, sì, la confessione di un esteta della sregolatezza, ma di quelle “incanalate lungo gli argini della razionalità”. Giovanni Allevi, il musicista colto dall’ispirazione improvvisa: “La musica mi viene a trovare anche di notte” confessa, come se fosse costantemente ipnotizzato da quell’istante creativo. Mentre la sera a fargli visita è il pubblico, a fiotti, secondo il fine ultimo dell’intrattenimento e della qualità, secondo lo spirito del tempo dettato dal “Sabato del Villaggio”. Sempre citando Hegel.

Pasquale Allegro

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