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Lamezia Terme - E’ partito con la presentazione del libro “Voci notturne” di GianLorenzo Franzì, l’incontro a palazzo Nicotera con Pupi Avati, autore dell’omonimo sceneggiato televisivo andato in onda nel ’95, prodotto e artisticamente diretto dal fratello Antonio, che è stato al suo fianco in un incontro denso di suggestioni, andato ovviamente molto oltre la semplice recensione del singolo lavoro. Un lavoro comunque entusiasmante e, nello stesso tempo, poco valorizzato da una disordinata programmazione Rai, non disponibile in DVD né in VHS, e addirittura censurato per via delle proteste di una società teosofica americana. Un lavoro in cui si sente forte, secondo Franzì, “il tocco degli Avati”, con i suoi riferimenti all’esoterismo, presenti fra l’altro anche in film come “L’arcano incantatore”, proiettato stasera, o “La casa delle finestre che ridono”.

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“Si tratta di un genere di Fantastoria che ha per molti versi anticipato Dan Brown e che prima di allora sicuramente non esisteva in Italia”- ha dichiarato Pupi Avati, raccontando la sua ispirazione nata da un libro di opere Varroniane regalatogli da una signora bolognese, in cui aveva letto dei sacrifici umani dal ponte Sulpicio attraverso cui pare i Romani si ingraziassero le divinità degli inferi. “Forze oscure” che ritornano nella cinematografia di Avati, campione del gotico: “Sono nato prima della guerra - ha dichiarato infatti - e sono stato bambino in campagna, fra gli sfollati. La cultura nelle campagne ha come fondamento la favola contadina, che è quanto di più terrifico possa esistere”. Il racconto prosegue intrecciando vita e carriera: il flop dei primi due film, anarchici e sessantottini, finanziati da un costruttore calabrese residente a Bologna, poi la fuga dalla provincia, quattro anni a Roma “senza lavoro”,  e il rocambolesco incontro con Tognazzi. Da allora la scoperta, la riscoperta o l’assortimento inedito di moltissimi talenti, scelti da Antonio Avati, responsabile del casting, “mescolando il sacro e il profano”, cioè accostando attori già noti e riconosciuti con altri che mai avevano fatto del cinema d’Autore – come ad esempio Ezio Greggio, Serena Grandi, Silvio Orlando, Katia Ricciarelli – in genere con esiti brillanti, grazie alle capacità di Pupi, che “sa farli recitare”. Perché “recitare significa ascoltare”, conclude il grande regista, che non risparmia il riferimento amaro all’attitudine recente del cinema occidentale a privilegiare alcuni autori solo perché giovani, come se l’età anagrafica fosse una garanzia assoluta di eccellenza, a discapito di un cinema fortemente identitario e ormai storico come quello apprezzato nell’incontro di stasera, cui sono stati presenti anche il sindaco Mascaro, l’assessore Bilotta, il consigliere Chirumbolo.

Giulia De Sensi

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