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Lamezia Terme - Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta dell’operatore culturale, Fabrizio Basciano, per quanto riguarda la proposta dei bandi e degli avvisi pubblici per le associazioni che intendono promuovere attività culturali nel territorio comunale.

“L'amministrazione comunale della città di Lamezia Terme, secondo proprio regolamento interno, non può provvedere, in sede di bandi e avvisi pubblici, alla copertura totale dei costi delle attività artistiche e culturali. Per quanto infatti ci è dato sapere, tali bandi possono prevedere il rimborso del 60% delle spese che verranno poi rendicontate dai vincitori dello stesso al termine della data manifestazione o attività di turno. Cosa comporta questa condizione, a mio avviso, non solo limitante ma invero massacrante? Per capirlo occorre fare una debita premessa circa quelle che sono le condizioni nelle quali si trova ad operare l'associazione o il singolo operatore culturale del nostro territorio. La nostra regione, come diverse altre  del sud Italia, non può vantare in alcun modo enti privati (esercizi commerciali, fondazioni bancarie, ecc.) dediti, né occasionalmente né tantomeno in maniera sistematica, alla sponsorizzazione e dunque al finanziamento delle realtà artistiche e culturali, preferendo gli stessi di gran lunga, come ben sappiamo e senza critica alcuna in tal senso, essere sponsor, ad esempio, delle poche società sportive attive sul territorio. Il medio o grosso imprenditore, figura sempre più rara specie alle nostre latitudini, sa bene che è cosa buona e giusta, nonché estremamente conveniente, farsi promotore e dunque sponsor della squadra di calcio, della società pallavolistica o del basket, piuttosto che investire in un settore che, dato il retaggio culturale, data la scarsità dei finanziamenti pubblici e data la poca sensibilità del pubblico e dunque degli utenti finali, non garantisce grande visibilità ma soprattutto non garantisce quella necessaria continuità nella promozione e divulgazione del proprio marchio o brand che dir si voglia. Mancando dunque completamente la figura del finanziatore privato (al di là ovviamente degli occasionali sostenitori per vie parentali e familiari, che nel contesto del presente discorso non fanno testo alcuno) il pubblico dovrebbe in qualche modo, se desidera promuovere, come spesso e a gran voce dichiara, la realizzazione di attività artistiche e culturali, caricarsi in toto della copertura dei costi di tali attività, altrimenti impossibili mancando, appunto, altre fonti di approvvigionamento possibili. La nostra amministrazione però, come del resto molte altre, preferisce non tenere in considerazione tali condizioni e procedere come se l'associazione culturale o l'operatore di turno si trovassero ad operare in zone e a latitudini che pullulano di finanziatori privati pronti e dediti, sistematicamente parlando, alla sponsorizzazione delle attività ascrivibili al settore cultura. A cosa porta questo stato di cose? La conseguenze principali sono essenzialmente due: da una parte, la rinuncia, da parte dell'associazione, della cooperativa o del singolo operatore di turno, alla realizzazione di qualsivoglia attività artistica e culturale, trovandosi costretto, qualora scegliesse di imbarcarsi in tal sorta di avventura a tedio fine, a rimettere soldi di tasca propria, proprio come se fosse una sorta di benefattore culturale della propria città che non solo non ci guadagna nulla ma, appunto, puntualmente ci perde; l'altra conseguenza è, ahimè, il celeberrimo nero! Il nero, si, proprio lui, quel nero derivante dalla gonfiatura del fatturato relativo alle prestazioni d'opera che, chi di turno, si convince di dover fare al fine di riuscire ad andare in pari tra costi e rimborsi parziali possibili. Ecco qui svelato ciò che tutti sanno ma nessuno osa dire in un territorio dove i primi a trasformare i cittadini in veri e propri ladri di galline sono i nostri stessi amministratori, coloro che in sede di conferenze stampa e proclami annunciano sempre e comunque la grande attenzione allo sviluppo della cultura, dell'arte e delle attività ricreative sul nostro territorio. La domanda dunque è la seguente: quanto vogliono ancora continuare a incentivare questo sistema malato che trasforma gli operatori del settore cultura in sottospecie di piccoli delinquenti di quartiere dediti all'imbroglio finalizzato alla sopravvivenza? Non sarebbe di gran lunga meglio impegnare i pochi soldi riservati alle attività culturali operando una vera selezione meritocratica (titoli, competenze e quant'altro) in sede di bandi e avvisi pubblici così da consentire a chi veramente meritevole di poter realizzare l'attività di turno nella più totale trasparenza e legalità possibili? Chissà, magari un giorno le nostre amministrazioni apriranno gli occhi su tale, fastidiosa quanto surreale questione. O dobbiamo attendere l'arrivo di enti privati che, direttamente da Marte, giungeranno in nostro aiuto? Chi vivrà.., patirà!”.

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