
Lamezia Terme - Se si vuole accettare l’invito a riflettere sul fatto che sotto questo cielo si danno delle verità che si dovrebbero quantomeno provare a confutare, tramite un pensiero filosofico che intende rivedere il mondo con lo sguardo dell’ermeneutica, uno sguardo dentro ai fatti, in fondo e oltre al così come si sono dati, per rifuggire fondamenti assoluti e metafisici della verità, per interpretare e sempre ancora interpretare; se si vuole provare a indossare questi occhi, allora, come non subire l’oratoria di navigata esperienza speculativa di Gianni Vattimo, il noto filosofo e massimo interprete del concetto del pensiero debole, in una sera di aprile presso una libreria lametina, lì per iniziativa dell’associazione culturale Work in progress di Girifalco, lì per parlare (discettare) del suo nuovo libro “Comunismo hermeneutico – da Heidegger a Marx”, scritto a quattro mani con Santiago Zabala.
Vattimo appare così come lo si vede in tv, affabile e apparentemente conciliante, ma in fondo così impregnato di una filosofia indissolubilmente legata ad una concezione di soggetto pensante contro tutti (le tradizione) e contro tutto (l’Assoluto), che si fa fatica a trovare il bandolo della matassa in un principio che sia uno, unico e solo, e da lì seguire il suo ragionamento, filosofico va da sé.
Perché il comunismo ermeneutico del titolo, se di per sé pare tutto un programma politico (e in effetti lo è, non fosse altro che il filosofo è anche europarlamentare), fondamentalmente è un manifesto di lotta e di azione del pensiero, affinché cadano ad uno i presupposti fondanti della tradizione filosofica occidentale. Non a caso cita i suoi amati paradigmi umani: Friedrich Nietzsche e la sua celebre “Non esistono fatti ma solo interpretazioni” per rinnegare qualunque concezione metafisica assolutista; e Martin Heidegger, elevato a profetico totem per l’aver messo in guardia gli uomini “già all’inizio del novecento, che far valere l’idea che fosse giusto accettare il dato come valore, avrebbe portato inevitabilmente all’organizzazione tecnica del pensiero, a formare soggetti adatti alla catena di montaggio di chapliniana memoria”. E infatti, in questi termini, come poteva Vattimo tralasciare il capolavoro cinematografico Tempi Moderni, film in cui Charlot è il povero operaio di una fabbrica a cui è stata affidata la mansione di avvitare bulloni per tutto il giorno, a ritmi serrati, fino a che tutto ciò che potesse ricordare l’omino baldanzoso e dai deliziosi baffetti non fa che perdersi negli ingranaggi della macchina. Potrebbe allora salvarci la scienza? “Per carità – è il ragionamento di Vattimo – perché oggi l’oggettivismo apparentemente interpretato dalla scienza non è rivoluzionario, ma dipende dall’investimento di potenze economiche e finanziarie”. Va da sé che per il pensatore la politica degli ultimi tempi, degli ultimi governi italiani per dire (“quello di Monti un vero e proprio monopolio bancario”), non è proprio emblematica di una rivoluzione civica e sociale, né tanto meno del pensiero.
Ma allora, parafrasando i versi di Hölderlin tanto cari ad Heidegger nell’indicare una via di salvezza, cos’è che potrebbe crescere là dove c'è il pericolo? “Bisogna recuperare un modello di comunismo e di socialismo esorcizzato dalla metafisica - è la risposta del filosofo torinese, che rivela così il malcelato obiettivo di fondo di tutto il libro –; un esempio per tutti: il chavismo venezuelano, un modello di socialismo non dogmatico come quello sovietico”. E così concludendo, eterno peterpan in viaggio per il comunismo che non c’è, Vattimo ha un po’ allungato i tempi di quell’intervallo di sogno che ha dettato il titolo al più nietzschiano dei crepuscoli.
Pasquale Allegro
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