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Lamezia Terme – La Calabria la sua terra natia, la Turchia la patria che lo ha visto diventare uno dei corsari più temibili del mediterraneo. Uluç Alì, Occhialì è il protagonista del libro "Il grande ammiraglio” di Enzo Ciconte la cui presentazione si è tenuta, in collaborazione con il centro “riforme - democrazia -  libertà”, il 16 aprile, alla libreria Tavella. “Un saggio che si legge come un romanzo” lo ha definito il giornalista Gianfranco Manfredi, “il racconto di un pezzo di Calabria che si conosce poco”. Rapito, nel XVI secolo, poco più che adolescente a Le Castella, Occhialì venne venduto come schiavo e messo ai remi di una galera. Dopo essersi convertito all’Islam, per sfuggire ad una condanna a morte in seguito all’omicidio di un marinaio napoletano, grazie alle sue abilità, frutto della lungimiranza di un padre marinaio che insegnò al figlio l’arte della navigazione, unitamente ad un pizzico di fortuna, iniziò con successo la sua carriera da corsaro. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò ad incentivare l’architettura ad Istanbul, volendo e commissionando persino una moschea. Una figura, quella di Occhialì, molto controversa che, nei secoli, ha collezionato adulatori e detrattori. In Italia, molto probabilmente a causa della forte ingerenza della chiesa cattolica che, a seguito della sua conversione, lo etichettò come rinnegato, traditore, sulla storia di questo personaggio è stato calato un velo. In ricordo di questo noto concittadino, spesso ignorato, in pizza Uccialì, a Le Castella, campeggia un unico mezzo busto in bronzo.  In Turchia, al contrario, la figura di Occhialì gode di una grande considerazione. Il suo sepolcro, ad esempio, situato all’interno della moschea che egli stesso fece erigere, è meta di frequenti pellegrinaggi.

Nel libro l’autore solleva un problema, quello relativo all’identità dei cittadini calabresi. “Un problema - afferma Ciconte - che io credo sia attuale oggi così come lo era allora. Abbiamo avuto una storia particolare, curiosa, A noi calabresi ci è stato cucito addosso un pregiudizio, ci hanno sempre descritto in modo pessimo. Ora, che ci sia una responsabilità dei calabresi è ovvio, ma che quelli che hanno guardato la Calabria l’abbiano descritta in modio sbagliato mi pare abbastanza evidente”. “Dobbiamo raccontare – ha infine concluso l’autore – la nostra storia nel modo giusto, non negando però le nostre responsabilità, gli errori commessi dai politici che si sono susseguiti, le nefandezze della ‘ndrangheta, ma raccontando una Calabria completamente diversa. Lo dobbiamo fare per noi tutti ma in special modo per i giovani, di modo tale da riuscir a dare una speranza”.

Alessia Raso

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