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Lamezia Terme – È stato presentato, presso l’ex sala consiliare di Sambiase, il libro di poesie di Giovannino Borelli, “Risi e cchjànti” edito Pellegrini, tra un pubblico caloroso e con la presenza dei relatori Giovinazzo e Bosco. A moderare la serata è stata invece Rocca, nonché presidente dell’Associazione P-Art.  Giovannino Borelli che oltre ad essere poeta è anche musicista, ha allietato i vari momenti poetici con varie composizioni musicali insieme al gruppo “Risonanze d’autore”. Figlio e nipote d’arte, vincitore di premi letterari nazionali e recensito da Carmelo Carabetta, Pasquino Crupi, Vincenzo La Vena, Giuseppe A. Martino e Dante Maffia, Giovannino Borelli dopo le due precedenti raccolte “ Ma suanu e ma cantu” e “Na Spirànza” ritorna con la freschezza espressiva degli argomenti trattati. “Testimone del grande e colorito sentimento popolare”, così lo definisce il dott. Bosco, neurologo e critico letterario, che nel percorrere la poetica di Borelli non può fare a meno di citare più volte Franco Costabile, perché forte è l’analogia rispetto ad un metodo nuovo e che si necessita utilizzare. Un metodo che, partendo dal dialetto rustico, riesca a far emergere il senso di identità profondo e l’essenza dell’intuizione poetica. Così come faceva Costabile, è importante oggi, cristallizzare alcuni aspetti. Inseguire la metrica del verso libero è un atto rivoluzionario. Occorre – e  in questo Borelli c’è d’aiuto – creare una struttura linguistica dove poter incanalare, come il Danubio in piena, un discorso improntato sull’evoluzione. Il metodo d’indagine suggerito da Borelli conduce a percorrere due strade: indagare sulla storia della parola e indagare sulla storia dell’anima.

L’attenzione si è spesso riproposta sia dal punto di vista dei vari interventi e sia nella lettura magistralmente interpretata dall’attore Giancarlo Davoli sui versi di “Mi disse na’ Cicala” laddove la cicala nell’animo del poeta è il papà, Salvatore Borelli. Ma di cicale il poeta parla ancora nell’altra poesia “In morte  da’ cicala” nella quale invece racchiude il particolare affetto verso un’altra importante personalità, Pasquino Crupi, che per Borelli fu come un secondo papà.
Ci tiene a sottolineare Giovinazzo che “La poesia di Borelli è un atto di fedeltà, è la voce di un poeta maturo, è la costatazione di una poesia in dialetto e non dialettale o in vernacolo, le quali queste ultime seppur rilevanti sono altra cosa”. La sua poesia verte sulle emozioni. Borelli utilizza la lingua dei padri, il dialetto sambiasino, e immagazzina dolori, fatti, reminiscenze antiche, materie del presente. “Che si tratti del confronto tra temi inquietanti come l’amore e la morte, c’è in lui un unicum narrativo rappresentato da un  movimento continuo tra passato e presente” – prosegue la Giovinazzo che in “Risi e cchjànti” ne ha curato la presentazione. Giovannino Borelli non usa la sua lingua come forma di snob linguistico, bensì come forma di recupero identitario, qualcosa che inoltri come attraverso un occhio che possa vedere il passato al suo posto al presente, come dichiarava Thomas Eliot.

Giovinazzo, nel concludere cita la scrittrice Bartuccelli “Sambiase, dove tutto è sublime poesia, dove l’anima è fatta di terra” e ricorda come nella poetica del sambiasino Borelli si trova solennità ma anche ironia, rimandando all’umorismo pirandelliano. Giovannino Borelli che festeggia oggi dieci anni di poesia, poiché inizia a scrivere nel 2005, conclude così: “La vena poetica è un fattore misterioso, così come arriva può scomparire,  io sono un musicista prestato alla poesia”.      

V.D.

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