
Lamezia Terme – Nella giornata conclusiva della tre giorni dedicata al progetto “Una città senza mura. I giovani gagè e rom corresponsabili della città futura”, al parco Peppino Impastato, sono stati proprio i protagonisti a parlare e raccontare della loro esperienza. È un percorso che dura da due anni, finanziato dalla Fondazione con il Sud, e che è stato possibile grazie all’interazione di 58 realtà che operano sul territorio, come gruppi, imprese, associazioni, che hanno lavorato creando e rafforzando le reti sociali per raggiungere un obiettivo comune. “È un progetto che nasce con unì’idea importante”, spiega Marina Galati, direttrice de “La Scuola del Sociale”, che ha coordinato l’incontro. “I giovani gagè e rom possono davvero costruire una città futura, e insieme potranno capire e comprendere come vorranno viverla”. Ad aprire il confronto, Isabella Saraceni, Massimo Berlingeri e Maria Elena Godino, che hanno tenuto le file del progetto e che hanno spiegato realmente in cosa è consistito questo percorso che è durato due anni e che si è concretizzato in questa tre giorni che ha visto i giovani rom raccontare la loro esperienza. “Le mura di cui parliamo – spiega Isabella Saraceni – sono quelle del campo rom di Scordovillo, che fisicamente delimitano le differenze; ma anche quelle mentali, che si possono abbattere solo costruendo delle cose. Partendo dal presupposto che siamo una comunità e siamo tutti cittadini di Lamezia, vogliamo e dobbiamo favorire la conoscenza, perché solo così si possono abbattere i pregiudizi”. Massimo Berlingeri è uno di quei rom che con l’associazione La Strada ha avuto e ha voluto l’opportunità di investire sul suo futuro. “Ancora molti rom preferiscono vivere alla giornata e non pensare ad un cammino che si basi sulla continuità e la partecipazione. Se lavoriamo su questo, il muro, che c’è, può essere abbattuto”. Maria Elena Godino ha poi spiegato proprio in cosa è consistito il progetto “Una città senza mura”. Tre i punti fondamentali sui quali hanno deciso di puntare: lavoro, casa, scuola, e i risultati sono arrivati. I numeri parlano da soli: più di mille persone coinvolte, tra cui 200 adulti e 65 tra bambini e adolescenti di etnia rom; cinque parrocchie e cinque scuole coinvolte nelle attività e sei quartieri in cui il progetto è stato reso possibile; oltre alla disponibilità e alla collaborazione di 30 aziende del territorio, di cui 13 hanno inserito giovani rom per un tirocinio formativo; mentre sono state create altre 32 borse lavoro e realizzati 40 eventi di animazione di strada. Tante le iniziative proposte, che hanno permesso di confrontarsi e abbattere i muri del pregiudizio. “Abbiamo mobilitato la città. L’immaginario infatti è indietro rispetto alla realtà. Le idee diffuse – spiega Maria Elena Godino – sono ancorate al passato, mentre c’è un’altra realtà dei rom, che è molto integrata, lavora, vive e si relaziona all’interno di Lamezia. Per questo abbiamo lavorato e continueremo a farlo per destrutturare questo immaginario”. Rompere vecchi immaginari dunque, per crearne dei nuovi. E di questo sono state testimoni Francesca e Valentina, operatrici nel progetto “Cantieri giovanili”, che hanno raccontato di come hanno decostruito i loro preconcetti e pregiudizi iniziali, lavorando fianco a fianco per un anno con quei ragazzi rom con i quali non avrebbero mai parlato prima, avendo la possibilità invece di conoscere un’altra cultura. Accanto a loro Massimo e Luciano, ragazzi di etnia rom, che grazie a questi progetti hanno lavorato e hanno anche raccontato non solo a questa platea, ma anche a quella delle scuole, che il dialogo, la conoscenza dell’altro è l’unica strada per una coesione e inclusione sociale. A seguire gli interventi degli operatori che ogni giorno vivono e affrontano la realtà delle diversità: Teresa Bambara, responsabile dell’area servizi sociali del Comune di Lamezia; Angela Muraca dell’Associazione “La Strada”; Bianca Lillo dell’associazione “Donne e futuro” e Fernando Bevilacqua dell’Impresa sociale “Talía”, che hanno portato la loro testimonianza da operatori che svolgono il loro lavoro sempre sul campo. Nella seconda sessione del convegno gli interventi di Antonio Samà, docente dell’università della Calabria; Salvatore Orlando, dirigente dell’area Promozione del Territorio del Comune e Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud. Ad accompagnarli don Giacomo Panizza, che con la Comunità Progetto Sud ha supportato il progetto: “Questa tre giorni serve proprio a dimostrare alla città che la convivenza con i cittadini rom, di fatto, è più aperta, più realizzata, di quello che abbiamo in mente: i paradigmi, i luoghi comuni, devono rimanere legati al passato. “Città senza mura” serve proprio per dire alla città, a tutta la città – conclude don Giacomo – che il futuro è di chi l’abiterà”.
C.S.
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