
Lamezia Terme – “Continuerò ad essere duro con la politica. Questo è un incarico per provare a modificare tutto ciò che non fa funzionare il sistema giudiziario e provare a renderlo più efficiente”. Esordisce così a Trame il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri parlando dell’incarico in una task force governativa che elabori “proposte in tema di lotta, anche patrimoniale, alla criminalità”. “Operare a qualsiasi livello per contrastare le mafie - aggiunge - deve essere una missione, un lavoro da svolgere in punta di piedi come il cristiano che entra in chiesa. Per questo nuovo incarico vorrei precisare che non lascio Reggio anche perché era la condizione senza la quale non avrei accettato”. Dopo questa precisazione si entra nel vivo dell’incontro organizzato nell’ambito della terza edizione del Trame Festival, ovvero prendendo spunto dall’ultimo libro (Dire non dire) scritto dal magistrato reggino con Antonio Nicaso. Ad incalzare Gratteri ci pensa il giornalista Rai Pietro Melia, amico di vecchia data del magistrato. Gratteri ritorna a parlare innanzitutto dei tempi biblici della giustizia, di come i processi vadano in prescrizione per la scarsa informatizzazione del processo penale che contribuirebbe a velocizzare la macchina burocratica oltre ad evitare episodi di lassismo e corruzione in tutti i livelli dell’Istituzioni. Per gli stessi detenuti Gratteri pensa debbano dotarsi di un pc ed un pc in cui poter visualizzare sia l’ordinanza di custodia cautelare che tutti i procedimenti e le sentenze successive che lo riguardano. Gratteri, poi, va oltre. “Se fossi ministro comprerei 20.000 tablet modificati da dare al detenuto in modo da potergli inviare in carcere, tramite rete intranet, tutte le informazioni che lo riguardano. Così facendo abbatterei i tempi del processo. I tempi morti sono le notifiche, i rinvii che spesso sono fatti per far saltare al processo”.

Poi, Gratteri parla del suo ultimo libro in cui, dice “entriamo nella testa e nelle pagine della ‘ndrangheta decriptando i loro atteggiamenti, comportamenti”. Gratteri spiega che anche un mancato invito ad un matrimonio può voler significare una sentenza di morte come l’omicidio eccellente di Carmelo Novella avvenuto nel 2008. Secondo il magistrato reggino uno dei problemi nel combattere il crimine organizzato è anche quello che spesso si fa la gara a trovare nuovi pentiti spiegando come questi, molte volte, sono interrogati da non addetti ai lavori, ossia da coloro che non sanno la storia personale e familiare di chi stanno interrogando. Allora è facile che il collaboratore porti per così dire a passeggio chi lo sta interrogando”. Poi, il procuratore passa a tratteggiare il rapporto tra ‘ndrangheta e religione: “Uno ‘ndranghetista, quando uccide, è convinto di essere nel giusto. Il mafioso prega, si rivolge alla madonna prima di andare ad uccidere. Si autosuggestiona che non c’è altro scampo, quella è la regola. Le regole sono terribili ma non per i capi mafia, solo per tutti gli altri”. Infine, partendo dal motto che “essere ‘ndranghetista non conviene”, da sempre portato avanti da Gratteri nei suoi giri per le scuole, lo stesso magistrato parla con realismo del fenomeno mafioso difficile da sconfiggere. “Qualcuno dice che io sono pessimista, in realtà sono realista. Quando Falcone ha detto quelle cose, che la mafia avrà una fine come tutte le cose naturali, c’erano grandi speranze e devo dire che ora molta gente che va alle commemorazioni di Falcone e Borsellino in vita li hanno combattuti”. “Sono molto feroce – aggiunge – con quelle persone che dell’antimafia ne fanno un mestiere. Qui in Calabria c’è stato un risveglio, ma è stata poca roba per vari motivi”. Gratteri, infatti, ha spiegato che "il calabrese ha la mentalità del colono, gli piace essere comandato, ovvero ciò che viene da fuori è migliore, non riusciamo a fare un percorso insieme che subito ci si deve attaccare. Questo è l’autolesionismo del calabrese. Non avere la consapevolezza giusta di se stesso, il non riuscire a fare squadra. Il peggior nemico del calabrese è il calabrese stesso. Avendo questa base di rassegnazione sarà difficile che avvenga la rivoluzione culturale”. Il magistrato conclude spiegando che spesso sono le istituzioni ad avere le colpe maggiori. "Il calabrese - dice - è molto diffidente. Spesso il commerciante non denuncia perché non sa di chi fidarsi”. Per Gratteri anche la stampa deve fare la sua parte: “Scrivete, indagate in modo che la gente sappia chi è per bene e chi no, la gente deve sapere ed essere consapevole di chi potersi fidare o meno”.
Virna Ciriaco
© RIPRODUZIONE RISERVATA