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Lamezia Terme -  “Il 23 ottobre 1989 viene ucciso mio padre. Dalla ‘Ndrangheta. Avevo sette anni” Sono parole forti quelle pronunciate da Giovanni Tizian, giornalista, in una gremita piazza san Domenico, accanto a Pif, per presentare il suo libro “La nostra guerra non è mai finita”. “Da quel momento, non è cambiato sostanzialmente nulla – dice e aggiunge - poi è chiaro, le coscienze si sono rafforzate.”

Con un sottile garbo, Pif domanda a Tizian di raccontare la sua storia e lui parla del doppio colpo che ricevette perché in una località vicino Bovalino che porta a Platì, dove c’era il mobilificio del nonno, un anno prima, nel luglio del 1988, gli telefonarono perché c’era un incendio. Il giornalista ricorda le fiamme ancora oggi e ripete più volte che fu uno dei momenti molto drammatici della sua vita. Nella sua testimonianza trapela la rabbia e l’impotenza per gli episodi accaduti nella sua adolescenza che vengono raccontati nel libro.  Il padre, un funzionario di banca, venne ucciso l’anno successivo sulla statale 106. E questo per lui fu il colpo mortale. Dopo venti anni da questo omicidio e “non aver mai ricevuto giustizia”, come lui dice, in quanto il tutto è stato archiviato dopo un anno, “decisi di recuperare il fascicolo, perché un figlio si chiede il motivo. E sono andato a cercare le risposte”. Un magistrato gli disse: “Non ti preoccupare, i killer e i mandanti dell’omicidio di tuo padre o vanno in galera o saranno stati ammazzati. Sono latitanti o dal piombo o dalla legge”. Per il  giornalista “ è molto più importante aver recuperato delle storie. Non solo di mio padre ma anche di altre vittime perché questo è il segno di riscossa di una terra.” Lui non si è arreso. Si è laureato in criminologia. Si trasferì a Modena con la sua famiglia. Decise di andarsene.  Il tribunale di Locri timbrò archiviato il fascicolo  e lui capì  che anche le istituzioni lo avevano abbandonato.  Sono parole amare quelle di Tizian.  Si trasferì a Modena per riprendersi la normalità. “Niente di eccezionale. La vita doveva ricominciare e per fare questo ho dovuto mettere da parte tutto questo dolore”. Pausa. “Lo puoi fare per un attimo. Lo puoi lasciare lì in uno spazio. Ma poi ritorna perché poi la rabbia rimane.  E’ frutto della cattiveria.  Sono andato via non per mia scelta. Mi hanno mandato via”. Conclude con un espressione che fa capire la sostanza del libro. “Per dieci anni non ne ho voluto sentire parlare.” Ora lo ha raccontato e scritto.

Maria Arcieri


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