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Gizzeria – Circa 200 persone presenti, in località pesce e anguille di Gizzeria all’Hangloose Beach, per la presentazione ufficiale di “Chi ci capisce è bravo” il primo libro di Antonio Saffioti scritto insieme a Marco Cavaliere. In un clima estivo e particolarmente colorato da varie forme d’arte, Antonio Saffioti ha espresso liberamente ad amici e conoscenti incontrati lungo il suo cammino, l’esigenza di una pubblicazione. Lasciare una traccia di sé, e in questo solo la scrittura poteva riuscirci. Un evento letterario, ma anche un momento di incontro, di festa, un inno alla vita infine. Perché in realtà, “Il libro di Antonio non vuole mettere in evidenza la disabilità, bensì la felicità” – spiega bene Marco Cavaliere. Il racconto di una vita, quella di Antonio, condivisa con altrettante vite, quelle dei familiari, e ancora il racconto delle difficoltà e della forza, della determinazione, del sogno, quel sogno che ancora Antonio non ha smesso di continuare a fare, mantenendo intatto lo stupore. Un parco balneare, quello dell’Hangloose Beach di Gizzeria, al completo, con grande partecipazione del target giovanile, diverse associazioni e istituzioni politiche tra le quali il sindaco di Lamezia Terme Paolo Mascaro e alcuni consiglieri comunali. A dare un tocco di classe, il disegno su tela dell’artista Erika Godino, lasciatasi ispirare dal libro in questione, il brano musicale che da sempre sta più a cuore ad Antonio Saffioti: Meraviglioso, di Domenico Modugno, interpretato da Marianna Leone, seguito infine da “La vita è bella”, ed inoltre il rock, con alcune composizioni musicali da parte di tre giovanissimi.

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Qual è il fine ultimo del libro? “Non avere alcun guadagno se non il piacere di scrivere – spiegano Marco Cavaliere e Antonio Saffioti – questa la nostra unica trattativa, col fine di dare in beneficenza il ricavato delle vendite dei libri all’Associazione ‘Il Girasole’ che da 20 anni coopera a Lamezia Terme per la tutela dei disabili mediante attività ludico creative e occupazionali”. Un libro che gli autori hanno definito “Corale” perché scritto in prima persona, con un soggetto che cambia per ogni capitolo, dove i protagonisti sono oltre ad Antonio, il papà Pino, la mamma Vittoria, e la sorella Maria Rosaria. Una diagnosi, con sintomi che si manifestano nei primi 2 anni di vita, quando Antonio non cammina ancora, che stenta ad arrivare con certezza assoluta. Una diagnosi cercata fino infondo soprattutto grazie alla caparbietà di Pino, con cure che passano da Genova a Napoli. Così dopo ripetute diagnosi errate, si arriva alla scoperta, e da quel momento si sa contro cosa si combatte. “C’è la voglia di fuggire, ma fuggire non si può e allora si inizia a vivere a 360° - spiega  Antonio Saffioti – si fa i conti con ciò che rimane, che è molto positivo”. Colpisce particolarmente il rapporto d’amore profondo con entrambi i genitori. Con la madre lo accomuna un percorso di forte spiritualità, di fede, con il padre la scienza, il fatto di completarsi a vicenda. Un padre che ha sempre cercato di trasmettere estrema libertà al figlio, motivo per cui quando Antonio giunto in prima media all’età di 13 anni, quando ancora non disponeva di sedia a rotelle, voleva che accedesse da sé in classe, ma non poteva poiché ubicata al primo piano. La storia di Antonio è la prova di come l’assenza di barriere architettoniche possano causare limiti rilevanti per la viabilità e la socialità del disabile.

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Colpisce, ancora, di Antonio, la presenza. Un ragazzo attivo nell’ambito sociale, culturale, politico. La sua presenza è la prova tangibile del valore inestimabile della vita, il suo forte attaccamento alla vita è motivo di riflessione per tutti. La storia di Antonio insegna una moltitudine di cose, la più importante è quella di “Non mollare mai” come ripete spesso Antonio, e di cercare sempre un buon motivo per sorridere. Ad intervallare il discorso tra gli autori, due brani pronti a scandire alcuni dei momenti più forti della storia letti da Arianna Anello e Domenico D’Agostino del Collettivo Manifest. Se si vuole guardare alla disabilità, e pensarla come ad un qualcosa che può colpire tutti, si deve partire da un nuovo sguardo  spoglio di limiti e pregiudizi. Se si vuole guardare alla disabilità in termini di uguaglianza, si deve partire dal presupposto che anche un disabile prova i medesimi sentimenti di una persona normodotata, che alla stessa stregua può innamorarsi, può gioire e soffrire. Si deve pensare al disabile come una persona in grado di conseguire qualsivoglia merito o risultato, e che non ha nulla in meno all’altro. Dopo la prima tappa, su invito di Briatico 2.0 in collaborazione con il Collettivo Manifest, pronta la seconda presentazione di “Chi ci capisce è bravo” in programma il 16 agosto per #SaracinArt a Briatico (VV).

V.D.

 

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