
Catanzaro - Esce per Rubbettino “Il sesso dei gatti e altri racconti”, una raccolta postuma di tutti i 54 racconti scritti da Sharo Gambino nel corso della sua vita, più un inedito “Il Crocifisso”. Una silloge in cui convivono, e si valorizzano a vicenda, le due fasi letterarie dell’autore: l’ironia alla Jerome e il neorealismo che caratterizza la seconda parte della sua produzione culminata con il romanzo Sole nero a Malifà, del quale è presente, nel volume, il nucleo originario, il racconto “Al di là della valle”. Lo scrittore calabrese, a quasi sette anni dalla scomparsa, rivive in questi racconti. Se ne percepisce la voce schietta, l’ironia serafica e il sarcasmo spigliato; ne riecheggia la voce, tra le casupole di mattoni rossi e pietra, tra le stradine sterrate e i paesaggi aridi e fiammeggianti della sua Calabria. E con lui rivive anche una Calabria sconosciuta ai più, nascosta tra le pagine di cronaca e opacizzata dai clichè che una regione complessa come questa si porta dietro. Gambino riesce a raccontare i luoghi in una molteplicità di colori che dal “locale” passa al “globale” e che chiarisce il rapporto di ogni calabrese con la sua terra, che è poi il rapporto dell’uomo con la sua casa:“Il paese si ama e si odia, ma l'odio raramente è definitivo, aspetta l'occasione per stemperarsi, addolcirsi fino a trasformarsi del tutto e assumere la tinta e la sostanza del suo contrario, com'è di quegli innamorati che finito il bisticcio, chiarito un equivoco che aveva provocato la frattura, tornano ad amare con raddoppiata intensità” come egli stesso ebbe modo di scrivere.
Un oscuro omicidio, un'indagine che travolge il lettore tra storia, mitologia e attualità. Un docente universitario, sulle tracce del mitico re visigoto Alarico, viene assassinato brutalmente. Le tracce porteranno il commissario Giannitteri di fronte a una realtà fatta di indizi, sospetti, e un antico tesoro mai ritrovato. L'esca di Alarico (232 pagine, Falco Editore) è un romanzo mozzafiato di Giulio Bruno.A Cosenza la stagione invernale sembra essere iniziata in anticipo. Ai primi di novembre, piove e fa freddo come se fosse gennaio, e il cielo è sempre grigio. L’atmosfera, meteorologicamente cupa e resa ancora più opprimente dalla imperversante crisi economica, diventa “gelida” e tetra quando un bambino di otto anni, figlio di un industriale della zona, viene rapito dopo una lezione di catechismo. La notizia ha l’effetto di una grandinata sul morale di Luca Giannitteri che, nella sua tutt’altro che lunga esperienza da commissario, non si è mai trovato a gestire le indagini su un sequestro di persona. Non a caso, il solerte questore Lucenti gli comunica che a condurre le operazioni sarà un collega milanese esperto in rapimenti al quale «dovrà essere garantita massima collaborazione». E così, mentre il nuovo arrivato Aldebrandi inizia a pianificare le attività di ricerca del bambino, Giannitteri e il suo vice Bernacci si ritrovano coinvolti nell’omicidio di un giovane commercialista, anch’egli inizialmente, seppur per qualche ora, dato per scomparso.
Rubbettino ripubblica “Zefira", il romanzo profetico dell’autore di “Anime Nere”
Se Gioacchino Criaco, autore del best seller “Anime nere” (dal quale è stato tratto l’applaudissimo film omonimo), l’avesse scritto oggi, “Zefira” sarebbe apparso ai più come una cronaca romanzata degli ultimi anni di vita politica e civile calabrese di cui il "caso" Lanzetta rappresenta solo uno degli ultimi episodi. Peccato che Criaco quel libro l’abbia scritto sei anni fa, subito dopo “Anime Nere”, e quella storia oggi appare una sorta di nera profezia. Nel libro corrotti e corruttori si confondono, mafia e antimafia camminano a braccetto, e i paladini dell’antimafia usano la lotta alla criminalità come strumento di autoaffermazione personale se non come grimaldello contro i propri avversari politici… Così a Zefira, luogo immaginario (ma non troppo) della Calabria ionica, il bene e il male finiscono per non essere distinti come ci piace credere. Se in “Anime nere” ci si sorprendeva a scoprire come quei ragazzi dell’Aspromonte fossero più simili a noi di quanto ci facesse comodo immaginare, qui in “Zefira” coloro che dovrebbero essere “i buoni” sono spesso peggiori dei “cattivi”, con l’aggravante di un pesante velo di ipocrisia che annebbia e confonde le cose, come lo zefiro, quel venticello che appare così innocuo eppure nasconde sempre delle insidie per i naviganti, tanto da essere guardato con sospetto dai Greci che vennero ad abitare in questo lembo di terra.
F.V.
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