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Il recente avviso relativo all’individuazione della nuova sede di Lamezia del Centro per l’impiego certifica – al di là delle motivazioni squisitamente tecniche ed emergenziali – lo storico malgoverno della città. Peraltro l’edificio attualmente occupato è il simbolo negativo della ormai tradizionale miopia della classe dirigente (un vero e proprio ecomostro pubblico che si trova al posto di un’architettura ottocentesca demolita improvvidamente nel corso degli anni Sessanta per opera dell’Amministrazione comunale del tempo).

Un retaggio “culturale” che oggi riprende vigore – per ragioni ormai giunte a un punto di non ritorno – con l’ennesima espulsione di una funzione pubblica dal centro urbano di Nicastro, motivata da sopravvenute esigenze, dopo molti anni dall’inizio della procedura di ristrutturazione e da mancati interventi di “autosanatorie” per l’attuale sede del Centro per l’impiego. Una situazione, quella attuale, derivante dal lontano programma di svuotamento progressivo di tutti gli edifici pubblici di un’area unica (via Garibaldi-corso Numistrano) per valore storico e identitario.

Se si ripercorre brevemente tutta la densità storica del luogo ci troviamo difronte, anche nel recente passato, all’immagine di una città viva, connotata da importanti contenitori (Tribunali, Istituti scolastici di grande prestigio, sedi civiche e religiose), che gli amministratori locali, nel corso del tempo, non hanno però mai messo al centro di un’adeguata rifunzionalizzazione (le soluzioni adottate nel recente passato e peraltro ancora non attuate, non sono minimamente perequative, ma si presentano come un’offesa a una normale intelligenza amministrativa). Negli stessi luoghi, oggi rimangono vivi soltanto i vapori notturni dell’alcool da movida e i dehors che solo lontanamente ricordano le settecentesche bancarelle addossate all’antico Locale delle Fiere della principessa d’Aquino.

Ma, al di là di queste reminiscenze che certamente non possono sfiorare la sensibilità della politica (e ci mancherebbe!) l’aspetto che più di altri tocca i nervi scoperti della fragile città pubblica non è tanto l’acquisto in sé e per sé di un edificio privato, quanto la richiesta del rispetto di uno tra i più sottili e subdoli requisiti, solo formalmente corretto: “la disponibilità nelle immediate vicinanze di un congruo numero di parcheggi pubblici o ad uso pubblico”, la cui previsione e realizzazione è di fatto un obbligo di legge a carico del Comune per ogni singolo quartiere. Una necessaria congruità che in sede di presentazione delle osservazioni al Piano strutturale comunale, la sezione di Lamezia dell’associazione Italia Nostra aveva opportunamente tentato di segnalare e, in particolare, con il preciso scopo di salvaguardare – proprio in termini perequativi – i valori complessivi delle singole aree e di rendere il centro storico “equivalente”. Non aveva certamente i caratteri di un’osservazione tendente a disturbare gli arroganti rendering degli amministratori dell’epoca, che presuntuosamente proiettati verso le magnifiche sorti e progressive hanno propinato paradossalmente premialità volumetriche che funzionano come un boomerang per la tutela del centro storico, di cui purtroppo rimane ben poco da conservare a causa di un’infingardaggine che attraversa la politica locale a partire dagli anni Sessanta. La specifica controdeduzione approvata a suo tempo dal Consiglio comunale – salvo poi il fatto che il Psc a un certo punto ha il pudore di ricordare che non tutte le necessità pubbliche sono soddisfatte (“nel territorio urbanizzato, i servizi di nuova previsione sono acquisititi alla proprietà comunale, attraverso diverse possibili forme”), prendendo atto delle sperequazioni tra le diverse aree della città –, tendeva incredibilmente a sostenere che la dotazione dei parcheggi pubblici è sufficientemente adeguata (cosa, in realtà, con grande evidenza non vera).

Detto questo, qual è la questione più rilevante? Che, stante anche la pessima gestione nel tempo del territorio e del patrimonio comunale – vedi ad esempio la recente “questione” Cantina sociale, che avrebbe meritato ben altri usi, ovviante pubblici, prendendo anche spunto dalla lezione del Comune di Catanzaro con gli importanti lavori di adeguamento dell’ex Mattatoio di via Milelli – , il Comune è “costretto” ad affidare la pianificazione del territorio a pochi privati, filosofia che del resto regge tutto l’impianto del Piano strutturale comunale con il risultato di favorire le aree “privilegiate” della città a discapito dell’organizzazione funzionale del territorio e, in particolare, delle aree storiche, sempre più periferia. Così, stante la certificazione di fallimento delle politiche della pianificazione urbanistica pubblica, in pochi hanno l’opportunità di ringraziare. Ma sono tante le ragioni per cui tutti gli altri cittadini si meritano una città che non funziona.

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