Diviso in due fasi. È sempre successo ma non tutti ne eravamo a conoscenza. È il sonno. La modalità delle due fasi è una pratica antica che ha accompagnato le notti per millenni. È un ritmo medievale che riprende, (purtroppo) l’incubo che assale molti di noi. La famosa e odiata interruzione del sonno in due parti. Questa divisione scomparve con l’avvento dell’illuminazione artificiale e quella a gas e successivamente quella elettrica. A iniziare dai tempi del Medioevo la notte era scandita da due sonni diversi e suddivisa in due orari.
La prima fase iniziava dopo il tramonto tra le 9 e le 11 con un sonno iniziale e durava alcune ore. Poi a mezzanotte c’era un risveglio spontaneo, che non era causato da rumori ma era naturale con un intervallo di veglia che durava da una a tre ore. Finita la pausa si tornava a letto per un secondo sonno. Fino all’alba. E questo arco di tempo le persone lo sfruttavano per alimentare il fuoco, controllare gli animali, o portare a termine le mansioni domestiche. Invece nelle comunità religiose, la veglia notturna era dedicata alla preghiera e alla meditazione. Altre persone usavano questi spazi per rimanere a letto e conversare. Anche perché iniziava una dimensione interiore dove la mente, oscillando tra sogno e lucidità, era più ricettiva. Infatti risulta da molte testimonianze che molte riflessioni nascessero in quell’ora silenziosa. In sostanza, il sonno bifasico offre benefici potenziali, di vigilanza e di chiarezza mentale, perché la suddivisione diminuisce la sonnolenza favorendo la concentrazione e la memoria. Non esistono prove che sia superiore la qualità a quello del sonno continuo. E importante che sia la quantità che la qualità del riposo non frammentino e compromettano l’equilibrio fisiologico e il benessere generale. È preferibile quello continuo. Tanto inseguito e agognato da molti di noi.
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