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Generazione boomers in testa. La Z osserva. Perché quelli cresciuti con le canzoni dei Beatles e con i primi walkman sembrano reggere meglio i colpi della vita? La domanda agita psicologi e famiglie. Ma cosa pesa davvero in questa distanza generazionale? La resilienza psicologica degli anni ’60-’70, è stato un contesto che ha forgiato chi nasceva in quegli anni. E di conseguenza hanno saputo affrontare le difficoltà perché provenivano da un mondo più lento, meno protetto, con poche reti di sicurezza istituzionali. E dove mancava l’assistenza. Ma erano tante le occasioni per imparare a cavarsela da soli. Perché oggi percepiamo i boomers come invincibili? Hanno avuto una vera palestra per la resilienza e rimani basita quando i settantenni gestiscono un imprevisto con una calma quasi disarmante. Hanno vissuto senza smartphone, solo con il campanello e le lettere che arrivavano giorni dopo. Questa lentezza obbligava a tollerare la noia e incertezza. Due ingredienti ne hanno potenziato la regolazione emotiva. E per questo i boomers hanno una minore reattività ansiogena. Convivono con questo esercizio quotidiano. Aggiungi che sono stati educati e cresciuti nell’educazione alla responsabilità e alla solidità emotiva. E queste micro-missioni hanno scolpito un poderoso locus di controllo interno che ha generato la sensazione che il destino dipendesse dalle loro azioni. E chi possiede questa convinzione sopporta lo stress acuto con più efficacia. Di conseguenza, chi riesce a rimanere calmo sembra un supereroe. E la solidità mentale nasce da un mix di contesto, prove superate, errori digeriti dove piccole dosi di lentezza, dallo spegnere la notifica, camminare senza podcast, e accettare il micro-fallimento quotidiano, hanno fatto crescere la tolleranza alla frustrazione. E soprattutto a coltivare la stessa routine. Questa ha reso robusti i genitori con gli strumenti del 2025. In conclusione, il futuro della resilienza decisamente…. intergenerazionale.
