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Lamezia Terme – “Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”) era la scritta che dominava l’entrata del campo di sterminio nazista di Auschwitz in Polonia e, quando il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entrarono per la prima volta, scoprirono le atrocità alle quali furono sottoposti i prigionieri. Settantuno anni dopo l’Italia ricorda quel giorno. Oggi, infatti, si celebra la Giornata della Memoria, istituita nel 2000, per non dimenticare un pezzo di storia ma, soprattutto, per non dimenticare il massacro di sei milioni di ebrei. La “shoah” è, infatti, il nome con il quale gli ebrei indicano il termine catastrofe. E di una catastrofe si è trattato. Nei campi di concentramento e di sterminio, però, non persero la vita solo uomini, donne e bambini ebrei, ma anche tanti altri “emarginati”: rom e sinti, dissidenti politici, criminali, omosessuali, disabili, testimoni di Geova, slavi. Una vera e propria carneficina messa in atto per sterminare il “diverso” o, perlomeno, quello che altri avevano deciso potesse definirsi tale solo per arrivare allo scopo ultimo dell’ideologia nazista: quello di formare una società “razzialmente pura”. Per arrivare a ciò, i tedeschi pianificarono lo sterminio di coloro che consideravano “elementi non assimilabili”.

Ricordare vuol dire, quindi, rendere omaggio alle vittime ma, soprattutto, prendere coscienza di quanto accaduto in passato e fare in modo che altre tragedie del genere non debbano più accadere. Il campo di sterminio di Auschwitz, emblema di una delle più grandi atrocità mai compiute dall’uomo, una vera e propria “fabbrica di morte”, fu liberato appunto il 27 gennaio del 1945. Una volta varcata la soglia principale, le truppe russe trovarono circa settemila prigionieri ancora in vita in uno scenario agghiacciante. Il 2 luglio 1947 fu creato il Museo della Memoria di Auschwitz, dove furono raccolti, tra l’altro, circa 80 mila scarpe, 3.800 valigie, 12mila pentole, 40kg di occhiali, 460 protesi, 260 scialli rituali ebraici, 260 capi di abbigliamento civile, 570 divise da prigioniero del Campo a strisce verticali, 40 m3 di oggetti di metallo fusi, e, infine, sotto la tutela del Museo si trovano quasi due tonnellate di capelli tagliati alle donne deportate al Campo.

Anche in Italia ci furono diversi campi di concentramento. Uno, in particolare, si trovava in Calabria, a Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza. Cominciò la sua “attività” il 20 giugno del 1940 quando vi giunse un primo piccolo gruppo di 160 ebrei provenienti da Roma e, complessivamente, raccolse 4.000 ebrei stranieri non italiani. Ferramonti fu il primo campo di concentramento per ebrei ad essere liberato nel 1943 dagli inglesi e anche l'ultimo ad essere formalmente chiuso nel dicembre del 1945. Si trattava di un campo di concentramento diverso rispetto agli altri: gli ebrei, infatti, furono raccolti e internati, ma non uccisi o deportati. Nonostante la vita all’interno del campo non fosse facile, era ben diversa da quella di altri campi di concentramento. E diverse sono state le testimonianze che hanno potuto comprovarlo. Una su tutti quella di Dina Smadar, oggi artista internazionale e figlia di una coppia sposatasi all’interno della sinagoga presente nel campo. Come ogni anno Dina Smadar visita il campo di Ferramonti di Tarsia: quest’anno lo fa insieme a Eva Porcilan, anche lei nata nel campo, e insieme a Yolanda Bentham, figlia di uno dei primi internati che arrivò nel campo già ai primi di luglio del 1940.

C.S.

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