
Lamezia Terme - “Un lavoro di ricerca attiva, ma anche interventi sul campo finalizzati alla tutela dei diritti”. Così Marina Galati, della Comunità “Progetto Sud”, ha spiegato il significato del dossier “Lavoro indecente. I braccianti stranieri nella Piana lametina”, realizzato insieme a Francesco Carchedi e Isabella Saraceni, e presentato in un incontro, al Chiostro Caffè Letterario, a cura dell’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e democratico nell’ambito della rassegna “Lavoro scritto e Lavoro visto”. Una serata che s’è arricchita anche dei contributi di Bruno Giannarelli Aamod e di Fabio Saliceti, e della proiezione “Allora piangeranno mentre noi cammineremo”.
"Fenomeni di alto sfruttamento nell'area tra Nocera Trinese e Amantea"
L’indagine è il frutto del meticoloso sforzo della Comunità “Progetto Sud”, che ha analizzato le condizioni dei braccianti stranieri nell’area lametina, che lavorano per pochi euro con orari massacranti e senza protezione contro gli infortuni. In una parola: sfruttati. “Per tutta risposta, abbiamo messo in campo una serie di interventi sociali e di assistenza legale per tutelare i diritti di queste persone” ha continuato Galati. “In particolare, stiamo lavorando nell’area di raccolta della cipolla tra Nocera Terinese e Amantea, dove abbiamo trovato dei fenomeni di alto sfruttamento lavorativo. In questa zona, parliamo circa di 2 mila braccianti migranti sfruttati. Nell’ultimo anno, siamo entrati in contatto diretto con 400 persone, che soprattutto vengono dall’area subsahariana, ma anche dal Bangladesh”.

Galati poi ha distinto tra “tre livelli: sfruttamento lavorativo, alto assolutamente lavorativo e tratta. Le caratteristiche dell’alto sfruttamento lavorativo sono, per esempio, lavoro non pagato e contratti truccati. È una condizione da noi molto difficile da percepire. Qui il cuore del problema è renderle visibile lo sfruttamento. La tratta, invece, ha tutta un’altra serie di indicatori. Noi qui lavoriamo attraverso l’emersione. La tratta è sia quella sessuale, lo sfruttamento lavorativo, ma anche l’accattonaggio. E comunque chi arriva dall’Africa non ha contezza di cosa sia un contratto di lavoro. Per cui, per loro, guadagnare anche piccole cifre fa parte della modalità per poter sopravvivere. Quindi, noi lavoriamo affinché queste persone possano assumere consapevolezza”.
Poi, Galati ha affrontato il nodo del caporalato: “Anche qui bisogna fare una distinzione: c’è il caporale, che magari può essere il famigerato caposquadra, spesso della stessa nazionalità delle persone sfruttate, che reperisce il lavoro. Per poi passare alla figura del caporale intermediario. Consideriamo che nei Paesi dell’Est ci sono delle agenzie che proprio organizzano delle trasferte lavorative di pochi mesi. Fino ad arrivare a forme di caporalato legate ad organizzazioni malavitose”.
Giuseppe Maviglia


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