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di Claudia Strangis.

Lamezia Terme - E’ una sedia vuota quella che ci accoglie nello studio dell’avvocato Francesco Pagliuso in via Galvani, quello studio a pochi passi dal Tribunale che tante volte, nonostante la sua giovane vita, lo ha visto impegnato in diversi processi. C’è ancora la giacca beige che ha lasciato il 9 agosto quando ha chiuso il suo studio. È così che è rimasto tutto. Come sospeso in una teca di vetro, a testimoniare che la sua presenza è sempre lì e si sente. È questo che vuole la sorella, Antonella Pagliuso, anche lei avvocato, che sottolinea come quello fosse ed è ancora il suo posto. La sedia è vuota ma lo studio va avanti, con lei e tutti i collaboratori, “come avrebbe voluto lui”. Lo afferma, con al fianco l’avvocato Maria Grazia De Sensi, una delle collaboratrici, e lo ribadisce affermando di non saper essere “un avvocato diverso da quello che era Francesco Pagliuso”.

Risponde lucida, in alcuni tratti inevitabilmente c’è la commozione che prende il sopravvento, ma prevale la lucidità di chi ha avuto tempo per riflettere in questi più di quaranta giorni che sono passati dall’omicidio. Suo fratello è stato ucciso barbaramente nella notte tra il 9 e il 10 agosto. Un killer lo ha aspettato nel giardino e gli ha sparato. Qualcuno avrebbe sentito gli spari, ci confida la sorella, ma li avrebbero scambiati per “bombette”. È difficile parlare di chi non c’è più, di chi ha dedicato la sua vita, seppur molto giovane, alla toga. Una toga la cui sacralità è stata violata dalla mano di chi lo ha ucciso. Quella toga che Pietro Calamandrei definiva “un cencio nero”, che in una frase quasi, purtroppo, tristemente premonitrice, veniva associato alla professione di avvocato. Calamandrei scriveva, infatti: “Per questo amiamo la nostra toga: per questo vorremmo che, quando il giorno verrà, sulla nostra bara sia posto questo cencio nero, al quale siamo affezionati perché sappiamo che esso ha servito a riasciugare qualche lacrima, a risollevare qualche fronte, a reprimere qualche sopruso, e, soprattutto, a ravvivare nei cuori umani la fede, senza la quale la vita non merita di essere vissuta, nella vincente giustizia”. E il “cencio nero” che Pagliuso amava tanto, come ci ha raccontato la sorella, “che lui ha rispettato e onorato” perché tanto amava il diritto e questa professione, lo ha accompagnato anche nel giorno del suo ultimo saluto.

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“Nella vita non bisogna fare l’avvocato ma essere un avvocato”. Francesco Pagliuso ha pronunciato questa frase in un’intervista video al nostro giornale ed è stata una frase che è rimbalzata in tutta Italia. E’ il suo insegnamento che deve essere portato avanti?

“Certo. Un insegnamento a tutti noi che siamo cresciuti con lui, insieme e accanto a lui. Questo faceva parte del suo credo: l’essere deciso a dare tutto se stesso. Ogni questione diventava una sua creatura a costo di qualsiasi rinuncia. Tutto può e poteva essere raggiunto ma sempre secondo il rispetto della legalità. Francesco è stato il perno della nostra vita, è stato un vincente da quando era piccolo, sempre il primo della classe mai secchione. Per lui gli obiettivi si dovevano raggiungere senza cedere ad alcun compromesso. Fare l’avvocato è semplice, esserlo è molto difficile e lui era l’avvocato. La sua è stata una carriera di sacrifici e volontà, la volontà di fare le cose e nel crederci soprattutto, fino in fondo. Francesco non ha ereditato lo status di avvocato, dai miei genitori ha ereditato la volontà e l’abnegazione al lavoro. Era un avvocato d’altri tempi: testa china sulla scrivania, rispetto per i colleghi, per i giudici e soprattutto trasparenza. Oggi più che mai mi sto imponendo di essere come lui, non lasciarmi prendere dall’impulsività ma, in udienza, lasciare che gli altri finiscano di parlare prima di prendere la parola. Sto cercando di farlo perché era quello che voleva. Lui era un vulcano in continua eruzione, bisognava sempre rincorrerlo. Francesco ha vissuto due o tre vite messe insieme”.

Quanto è stato difficile riprendere l’attività dopo quanto è successo?

“Nessuno di noi, (si riferisce a tutti i collaboratori dello studio, ndr) ha mai pensato di fermarsi, anche solo per un minuto. Ognuno di noi ha una ferita grande nel suo cuore: la nostra è una famiglia, severa, con regole da caserma ma pur sempre una famiglia. Siamo stati uniti in questa scelta, abbiamo dato per scontato che così dovesse essere. Per lui e per il rispetto profondo nei confronti della professione e dei nostri clienti. Abbiamo visto anche lo smarrimento in loro dopo la sua morte: Pagliuso aveva un rapporto profondo con loro, non un rapporto amicale ma un legame forte. Non c’erano clienti di serie A o di serie B. Questo è un colosso minato alle fondamenta, ma lui sarà sempre qui accanto. Non so essere, infatti, un avvocato diverso da quello che era Francesco Pagliuso, non so essere un avvocato diverso se non con la stessa abnegazione al lavoro e con la stessa volontà e forza. Voglio che tutto questo rimanga in piedi, in suo nome e del suo credo”.

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Per quanto riguarda le indagini, avete un rapporto costante con gli inquirenti? Le indagini sono a buon punto?

“So per certo, proprio perché sono un avvocato e so come si svolgono le indagini, che ogni mia richiesta di informazione cadrebbe nel nulla e, anche per questo, ho ritenuto che nemmeno lo dovessi fare. So per certo che gli inquirenti stanno lavorando al massimo e sono a loro completa disposizione. Ma so come ci si deve comportare”.

Secondo lei qualcuno l’ha voluto zittire?

“Io non so chi ha ucciso mio fratello, quello che so, e che ho già detto, è che qualcuno l’ha voluto silenziare. Non posso e non voglio pensare che sia per quello. Bisogna essere liberi di fare il proprio lavoro secondo le regole della legalità e lui sacrificava la propria vita al lavoro. L’hanno voluto silenziare ma si può morire a testa alta. E lui l’ha fatto. Ognuno di noi può e deve proteggere la sacralità di questa professione. Perché questa non è una professione qualunque. Abbiamo un giuramento e bisogna sempre tenerlo a mente, altrimenti quel giuramento non ha alcun senso”.

Lei ha detto parole forti e ben precise, sia nei momenti immediatamente successivi all’omicidio che dopo. Sono state parole forti, toccanti e piene di significato. A distanza di poco più di un mese, lo rifarebbe?

“Io sono la sorella di Francesco Pagliuso ed è quello che potevo dire all’assassino di mio fratello. E a chi non rivolgermi se non alla massima autorità, Dio. Spero davvero che Dio benedica davvero chi ha premuto quel grilletto. La vendetta non fa parte del mio pensiero e sì voglio giustizia ma per Francesco che in quella Giustizia tanto credeva. Non sarà una condanna a riportarmelo in vita né sapere che chi lo ha ucciso pagherà che mi toglieranno questo peso. Quando saprò chi lo ha ucciso me lo avranno ammazzato due volte. Come ho detto voglio giustizia perché lui ci credeva fortemente. La giustizia è rappresentata da una bilancia ma per quanto mi riguarda quella bilancia non tornerà mai più in equilibrio, è impossibile. Come me tante persone aspettano di dargli giustizia e non vendetta, tengo a sottolinearlo. E lo voglio dire, chi può aiutarmi a dargli giustizia, mi aiuti! Quando qualcuno se ne va, così come se ne è andato Francesco, si va alla ricerca di quello che non si sa, di quel particolare, quel fatto che non si conosce e che ci era rimasto oscuro. Ma per me non è stato così. Non ho trovato nulla che non sapessi, nulla di cui non fossi già a conoscenza. Era trasparente”.

 

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