
Lamezia Terme - 15 anni di dolore, di memoria, di silenzio. Un silenzio raccolto che ha accompagnato a lungo i familiari di Adele Bruno, la giovane lametina vittima di femminicidio, barbaramente uccisa a soli 27 anni, il 30 ottobre 2011, dall’uomo che diceva di amarla. Un silenzio raramente infranto, che non ha tuttavia impedito alla comunità di rendere Adele un simbolo di resilienza e di libertà, nella lotta contro la violenza sulle donne. Oggi quel silenzio viene rotto da Caterina Bruno, una delle cugine della ragazza tragicamente scomparsa, che dà voce alla memoria di Adele, lanciando un messaggio che è monito per chi governa e per l’intera collettività, in un’ottica di prevenzione e di mutamento culturale.
Che cosa prova oggi nel ricordare Adele? Quali sono le emozioni e i sentimenti che si affollano nella sua memoria?
"A distanza di 15 anni ricordare Adele significa fare i conti con un dolore che il tempo non ha cancellato. Ci sono ferite che impariamo a portare dentro di noi, ma che non smettono di fare male, soprattutto quando la perdita è così ingiusta e assurda. Le emozioni che si vivono sono tante: la tristezza per la sua assenza, la rabbia per una vita spezzata in modo così crudele, l'impotenza per non aver potuto cambiare il corso delle cose. Ma insieme al dolore, c'è l'amore che continua a tenerla viva nella memoria e nel cuore di chi le ha voluto veramente bene".
Lei e la sua famiglia in questi anni avete scelto di vivere fuori dal clamore mediatico, rielaborando con calma la perdita di Adele. Cosa si sente di condividere oggi dell’eredità morale di sua cugina, e cosa vorrebbe che rimanesse di lei nella memoria comune?
"In questi anni la nostra famiglia ha scelto di vivere il dolore con discrezione, perché ci sono dolori profondi che appartengono alla sfera più intima che hanno bisogno di rispetto e silenzio. Di Adele vorrei che venisse ricordata l'espressione che il papà ripete sempre: "Adele vedeva con il cuore e non con gli occhi". Questo per far capire chi era Adele: una ragazza piena di vita, solare, gioiosa, che vedeva il buono in tutti, forse anche quando avrebbe dovuto proteggersi dal male. Della sua memoria vorrei che rimanesse Adele come persona prima ancora che vittima, il valore della sua vita, della sua dignità e della sua libertà".
Caterina Bruno
Nonostante le tante falle che esistono ancora nel sistema giudiziario, negli ultimi 15 anni sono stati fatti dei piccoli e grandi passi avanti sul fronte della violenza di genere, anche nel nostro territorio. Crede che il sacrificio di Adele abbia contribuito a guidare la comunità in un percorso di cambiamento culturale?
"Credo che ogni storia quando viene conosciuta, e riesce a toccare le coscienze, possa contribuire anche in piccola parte a un cambiamento culturale. Non so quanto la storia di Adele abbia inciso concretamente, ma mi piace pensare che il suo nome e ciò che le è accaduto abbia contribuito a far riflettere ed a rendere le ragazze più sicure e attente nelle relazioni. Mi auguro che Adele abbia spinto qualcuno ad interrogarsi e a riconoscere i segnali di violenza. Per il cambiamento culturale siamo ancora molto lontani, credo. Basta sentire le notizie in tv sui femminicidi, le donne uccise sono tante, ogni giorno. Sicuramente negli ultimi anni sono state introdotte diverse leggi per contrastare la violenza contro le donne ma le leggi da sole non bastano se nella mentalità delle persone continuano a esistere atteggiamenti di possesso, di controllo e mancanza di rispetto verso le donne. Purtroppo, credo che saremo davvero cambiati come società soltanto quando nessuna donna avrà più paura di scegliere liberamente la propria vita".
Se dovesse lanciare un messaggio alle Istituzioni per richiamare l’attenzione sul tema della prevenzione e della lotta alla violenza di genere, cosa si sentirebbe di dire oggi?
"Alle Istituzioni, e non solo, vorrei dire di non abbassare mai la guardia e di non aspettare che si consumi una tragedia per intervenire. Chiedo che ogni denuncia venga ascoltata e presa sul serio, che ogni segnale di pericolo venga valutato con attenzione e che le donne che chiedono aiuto trovino protezione reale e tempestiva. Non possiamo permettere che le falle del sistema e i ritardi negli interventi mettano a rischio la vita di altre donne. Per finire vorrei rivolgere un appello al mondo della scuola, in particolare alle insegnati, affinché si facciano portavoce con i propri alunni di una cultura del rispetto e della libertà, per insegnare ai ragazzi che l'amore non è possesso, che la gelosia patologica non è dimostrazione d'amore e che nessuno ha il diritto di controllare o decidere della vita di un'altra persona. Bisogna costruire una generazione capace di amare senza possedere e di rispettare senza prevaricare. Desidero ringraziare di cuore, a nome mio e dei familiari di Adele, per aver dato spazio alla sua storia".
Giulia De Sensi
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