
Lamezia Terme – “Non è mai stato facile fare il poliziotto in Calabria, un territorio complesso in cui la ‘ndrangheta negli anni ha saputo essere sommersa, sfuggente, invisibile. Fare il poliziotto in Calabria continua ad essere difficile anche oggi, ma come allora le forze dell’ordine e i magistrati la combattono grazie anche all’esempio di uomini come Salvatore Aversa”. Sono di Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, le parole che fanno da introduzione a un intenso racconto, andato in onda ieri sera, 23 marzo, su Rai storia, per ripercorrere con uno speciale della serie “Diario civile” la tragica morte del sovrintendente di polizia Salvatore Aversa e di sua moglie Lucia Precenzano, avvenuta il 4 gennaio 1992 a Lamezia Terme. Spezzoni di “Calabria grande e amara” di Leonida Repaci inframezzano la ricostruzione di quell’omicidio che dal 1992 portò poi ad una lunga stagione dello stragismo in Italia. Ma la storia criminale di Lamezia viene raccontata anche grazie ai contributi di Walter Aversa, figlio delle vittime, Filippo Veltri scrittore e giornalista, Marisa Manzini, procuratore aggiunto al tribunale di Cosenza, Enzo Ciconte, scrittore e docente e Danilo Chirico, giovane giornalista di origini calabresi.
Sono ancora i giorni di festa che precedono l’Epifania e Salvatore Aversa e Lucia Precenzano comprano gli ultimi regali nei negozi del centro. Non riusciranno mai a salire sulla loro peugeot azzurra parcheggiata in via dei Campioni, due uomini fanno fuoco prima sul sovraintendente e poi sulla moglie. Un omicidio diverso rispetto agli altri, che si consumò nel cuore della Calabria e che mostrò sin dall’inizio come le ‘ndrine calabresi non avessero limiti alla ferocia. Aversa e sua moglie vennero uccisi poco prima delle stragi di Capaci e via D’amelio, quando il sovraintendente stava indagando sulle infiltrazioni mafiose nel consiglio comunale. E’ proprio a Lamezia, che sembra essersi consumato infatti il primo vero ricatto allo Stato. Una vicenda giudiziaria successiva che fu lunga e tortuosa, fatta di inquietanti silenzi e false piste seguite. Il figlio delle vittime, Walter Aversa, ricostruisce i giorni antecedenti e successivi l’omicidio, i valori che la famiglia gli ha trasmesso e l’amore del padre per la divisa. “Aversa era un poliziotto al di fuori delle logiche dei faldoni e degli archivi polverosi, il suo archivio era la testa” ricorda il giornalista Filippo Veltri. Si ricostruisce poi la storia di Lamezia, e le faide tra i clan locali, si passa alle attività di contrabbando delle sigarette e alle estorsioni, sino al controllo degli appalti e al traffico della droga, affari che portano in Calabria tanti soldi e che dividono le famiglie un tempo alleate. Inizia una stagione di sangue che durerà per tanto tempo. Cerra, Torcasio e Giampà sono le tre famiglie che controllano il territorio. “Un grande gruppo che si spezza quando i Giampà entrano in guerra con i Cerra e i Torcasio e si avvicinano ai Iannazzo, che controllavano il territorio di Sambiase” racconta il procuratore aggiunto al tribunale di Cosenza Manzini.
“Quelle di Lamezia sono tra le ‘ndrine più violente, capaci di creare faide che durano nel corso del tempo” ribadisce Ciconte. La spartizione del territorio lametino è strettamente connessa agli affari delle altre ‘ndrine su tutto il territorio calabrese, con i rituali e i gesti ad esse legate. Sono anni bui per Lamezia, “in cui c’è il controllo dell’economia, delle istituzioni e della politica” afferma Veltri. Il 1991 poi, fu un “annus horribilis” per la città. La ‘ndrangheta aveva colpito con un agguato all’alba del 24 maggio, quando furono uccisi francesco Tramonte e Pasquale Cristiano, i due netturbini che si apprestavano ad iniziare il loro turno di lavoro. “Un chiaro segnale, che la gestione della nettezza urbana, doveva restare un affare dei clan, senza intromissioni”. Immagini di repertorio mostrano poi i funerali del sovrintendente e di sua moglie avvenute un anno dopo, ai quali partecipò anche l’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga. La città è scossa e in silenzio, La famiglia riceve sostegno dalle istituzioni, ma chiede verità.
“Io so chi ha ucciso i tuoi genitori”. Si ripercorre così la falsa testimonianza di Rosetta Cerminara, all’epoca considerata da tutti un’eroina, insignita anche della medaglia al valore dal presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Le sue dichiarazioni si rivelano false e i veri colpevoli saranno incriminati solo nel 2004. Esattamente il 15 luglio la Corte d’Appello di Catanzaro condanna i veri esecutori dell’omicidio, i due killer pugliesi Stefano Speciale e Salvatore Chirico, ad 8 anni di carcere e conferma l’ergastolo per Antonio Giorgi, il boss di San Luca che li aveva assoldati. Nel 2009 verrà condannato all’ergastolo anche il mandante, il boss lametino Francesco Giampà, “u prufissuri”. “Quando si istituì il terzo processo non sapevamo più a chi credere e quale fosse la verità – ricorda infine il figlio Walter – abbiamo fatto un passo indietro perché ci sembrava tutto estremamente confuso, anche se poi i risultati sono arrivati. Se sono veri e giusti non lo so, secondo i giudici è stata quella la verità”.
La verità giudiziaria di una terribile vicenda che ha scosso l’intero territorio e che, come ricorda il narratore a fine puntata, “ha tolto la vita al poliziotto Aversa che aveva come unico difetto solo la passione per il proprio lavoro, e a sua moglie Lucia invece, la colpa di stargli accanto”.
Alessandra Renda
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