La Sila e la centrale a biomasse

Scritto da  Pubblicato in Filippo Veltri

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 E' nel territorio del Parco nazionale della Sila, precisamente a Tirivolo, nel catanzarese, l'aria più pulita d'Europa. E’ quanto emerge dalle ricerche di Stefano Montanari, direttore del Laboratorio Nanodiagnostics di Modena, e Antonietta Gatti, esperta di Nanopatologie. ''Non è una notizia di poco conto se si considera che le analisi hanno rilevato scientificamente che l'aria presente in quell'area è addirittura più pulita di quella delle Isole Svalbard, vicino al Polo Nord''. Le centrali a biomasse oggi potrebbero nascere proprio qui, a Bocca di Piazza, comune di Parenti, nei pressi delle fonti di una famosa acqua minerale. Cosa comporterebbe la realizzazione di una centrale del genere alla popolazione e al territorio circostante? Cosa bruciano, o meglio cosa viene bruciato all’interno di questi impianti?

“Impianti del genere comportano uno stravolgimento dell’agricoltura e un inquinamento notevole sia nell’aria sia nell’acqua sia nel terreno stesso. Non è raro che il digestato prodotto contenga batteri e sostanze chimiche velenose, e basterebbe vedere le piante malformate che noi analizziamo per rendersene conto. Le tecnologie impiegate sono di tipi diversi tra loro. C’è chi brucia le biomasse come, ad esempio, fa un enorme impianto collocato in un paesino calabrese chiamato Strongoli, e c’è chi fa andare in putrefazione la biomassa ricavandone gas che, poi, viene bruciato. In ambedue i casi l’inquinamento è assicurato. Non dimentichi, poi, che, per legge, moltissimi rifiuti sono considerati biomassa. Tanto per fare un esempio, i copertoni usati. Dunque, una volta autorizzato l’impianto che giura di usare solo vegetali “vergini” (peraltro impossibili da trovare), è facile virare sul trattamento dei rifiuti trasformando l’impianto in un normale inceneritore”.

Una analisi dell’aria, dell’acqua e del terreno, ci aiuterebbe a capire cosa sta succedendo?  E’ così difficile farlo? “Tecnicamente le analisi sono perfettamente fattibili. Il problema è quello dei costi oltre, naturalmente, a quello di chi esegue le analisi e di quali parametri vengono scelti tra le migliaia che caratterizzano il “normale” inquinamento. In un paese che regala indennità di buonuscita di decine di milioni a chi manda a catafascio una banca o un’assicurazione o a chi ha presieduto una casa automobilistica o che paga pensioni di centinaia di migliaia di Euro a funzionari che già si sono riempiti le tasche nel periodo lavorativo non restano risorse per controllare l’ambiente”.

In Italia manca anche un censimento di queste centrali, oltre a censimenti epidemiologici in alcune regioni: perché? L’aspetto ha risvolti politici secondo lei? “E chi li fa i censimenti? Le centrali nascono come i funghi e nessuno è interessato a sapere quante sono oggi e quante saranno la settimana prossima. Il problema sono gl’incentivi che noi tutti assicuriamo a questi imprenditori da strapazzo che fanno impresa con in soldi altrui. Se questi quattrini smettessero di correre, le centrali chiuderebbero come per incanto. Quanto all’epidemiologia, mi viene da sorridere. I criteri con cui gli epidemiologi lavorano sull’ambiente hanno ben poco riscontro con la realtà dei fatti”.

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