I titani di Cellia, Eros e il rito di espiazione

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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 “Dunque in principio fu il Caos; poi subito Gea dall’ampio seno, per sempre sicura dimora di tutti gli immortali che possiedono la vetta dell’Olimpo nevoso, e il Tartaro tenebroso negli abissi della terra dagli ampi cammini, quindi Eros, il più bello tra gli dei immortali, che scioglie le membra e di tutti gli dei e di tutti gli uomini doma nei petti la mente e l’assennato consiglio”. Così Esiodo, nella “Cosmogonia”. Caos è ciò che fu prima del Tutto, ciò che generò il Cosmo, l’armonia. Gea è la Terra, l’eterno femminino, madre di tutto, perfino del suo compagno, Urano, il cielo stellato. Tartaro è la profondità della Terra, dove Zeus rinchiuse i Titani dopo averli sconfitti. Ed Eros è il desiderio, che tutto muove e commuove. I miei amici, non lo sanno, ma sono commosso, oggi, mentre Eros mi muove, da Fabrizia verso la valle dell’Allaro. Commosso perché odo, ad ogni passo, la voce flebile di Mnemosine, la memoria, fra le cui braccia Eros sospinge. E’ come se dopo anni di oblio, qualcuno venga quaggiù, nel Tartaro delle Serre calabre, a chiedere alla dea il privilegio di ascoltare le sue storie senza tempo. Narrano le armacere, i muretti a secco di grosse pietre di granito che tenevano i pendii. Narrano i castagni, schiantati dei fulmini e dal fuoco. Narra il sentiero, scavato nella roccia.

Nell’aria e nel flebile vento che sale dalla fiumara, danzano le ombre dei bimbi che ogni giorno salivano a scuola dalle masserie sparse nella valle. Quelle dei pastori erranti con le mandre sonanti. Quelle dei carbonai dal nero volto. Quelle dei contadini, con i sacchi di ortaggi, le castagne, la legna. Domenico, che ci ha invitati a compiere questo pellegrinaggio è il messaggero di Eros, la guida, il medium del rito di riconoscenza dei luoghi e verso i luoghi. Sul largo greto dell’Allaro. Un promontorio a cuspide sorge dal letto detritico. Un cono sovrastato da un minuscolo piano con una casina lillipuziana. E tutt’intorno gradini di rasule tenute dalle armacere. Poi ponti di tronchi schiantati e sentieri pencolanti nel vuoto. E poi altre case in rovina. E poi l’antica via che risale sino a Cellia, “luogo delle piccole celle”, forse di monaci eremiti. I monaci non sono più qui. Ma hanno lasciato i loro antichi progenitori, i Titani che Zeus scagliò nel Tartaro. Hanno sembianze di enormi alberi silenziosi, eretti, potenti. Si nascondono nella boscaglia fitta, per fuggire alla Titanomachia, la follia distruttiva degli uomini-dei, che profanano i simboli della loro stessa potenza. Il loro silenzio è storia dei luoghi. Il loro silenzio insegna antichi riti. Siamo qui per un rito: chiedere scusa ai Titani per la violenza dei nostri simili, per suggere dai loro tronchi la linfa misteriosa della vita che si rinnova, nonostante tutto.

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