Il Pd ai titoli di coda

Scritto da  Pubblicato in Filippo Veltri

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 Quel che resta del Partito Democratico è ai titoli di coda: deve scegliere se continuare ad esistere. Tra due mesi avremo il nuovo segretario, quasi sicuramente Nicola Zingaretti. Il tempo non c’è ma è come se il novello Titanic ci fosse ancora. Si balla e si suona come se non ci fosse null’altro attorno a sé. Uno spettacolo indecente, che conferma quanto l’ultimo rapporto del Censis ha fotografato: invidie e cattiverie non sono frutto dall’alto ma semmai dal basso, di una società immeschinita e impoverita. E il Pd paga ovviamente per questo e per tant’altro ancora, soprattutto per non essere mai stato una comunità. Una sede, un gruppo, un luogo in cui si poteva coltivare il domani. Anche lì invece solo cattiverie e invidie, come il Censis ha messo nero su bianco. Gli ultimi due segretari del Pd eletti dalle primarie, Bersani e, ormai sembra certo, Renzi – come ha svelato il clamoroso passo indietro di Minniti dalla corsa delle primarie – se ne sono andati quando la loro linea è risultata perdente. Peggio: hanno organizzato una scissione che indebolisce gravemente un partito che hanno guidato in modo contrastato. Tanto più oggi con un governo xenofobo populista da contrastare. Un padre nobile, Romano Prodi, quello attorno a cui il partito era stato costruito, ha piazzato le tende altrove non disdegnando battute sferzanti per chi restava nella casa. Un altro ex premier, Enrico Letta, non ha più rinnovato la tessera da quando è stato defenestrato da Palazzo Chigi con una manovra spregiudicata dell’allora leader Matteo Renzi.

Prima ancora che dalle idee, per ricostruire il Pd è da qui che bisognerebbe iniziare: ripristinare il senso di comunità. Poi certo ci sono i programmi, che sono vitali per un partito che vuol dirsi di sinistra. Tra rappresentare i più deboli e occhieggiare alle idee liberiste alla Macron la differenza è enorme. E però basta guardare alla vicenda del Labour britannico dove si è passati dall’approccio filoliberista di Tony Blair a quello statalista di Jeremy Corbin, senza alcuna fuga né scissione: non a caso si tratta dell’unico partito con il vento in poppa della sinistra europea. Insomma, una delle due linee dovrebbe prevalere senza che l’altra si incarnasse necessariamente in un nuovo partito. Era questa del resto la scommessa originaria del Pd: unire i riformismi, unica strada per realizzare una grande forza politica del nuovo millennio.

Perciò nel momento in cui una nuova scissione è all’orizzonte va dato atto di coerenza a chi nel Pd è sempre rimasto per combattere per le proprie idee, a cominciare dai militanti dei circoli che da qui a qualche mese dovranno montare i gazebo per le ennesime primarie. Ma è dal gruppo dirigente, da quel che ne resta, che deve venire un segnale chiaro. Di errori gravi ne sono stati commessi troppi, a cominciare dal rinviare all’infinito un chiarimento e un congresso, favorendo le manovre dei nuovi scissionisti. Renzi ha contratto i vizi del Pd che ora, dopo la cura del suo ex capo, è una tribù nevrotica, in cui ognuno pensa solo al proprio destino personale, così che il partito che doveva diventare uno strumento al servizio del paese è diventato uno strumento al servizio dell’IO, in mezzo ad un popolo sempre più smarrito, senza un capitano e anche senza la squadra.

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