Il viaggio di Mbaye

Scritto da  Pubblicato in Filippo Veltri

filippo_veltri_5ff57_1ef52_5ec74_7b203_3a116_7fd84_7e9c5_66d93_fd7b2_248e9_9f1b6.jpg“Due immigrati padani beccati con più di 700 chili di cocaina al porto di Dakar; maledetti immigrati, che delinquano a casa loro! Prima gli africani!”. Una frase paradossale, ma solo in apparenza, perché le cose stanno realmente così. I veri intrusi nel continente africano siamo noi europei, e lo siamo da molto tempo. Mbaye C., l’autore della battuta, è un senegalese di 50 anni, arrivato nel 2007 in Francia rigorosamente in aereo: “Nessuna traversata del deserto, nessun barcone dalla Libia. La partecipazione a un concorso indetto da un’organizzazione dei Paesi francofoni e la relativa vittoria mi hanno permesso di visitare la nazione appena conquistata da Nicolas Sarkozy. Potevo rimanere un mese. Ancora vivo in Europa, precisamente in Calabria”. Con una laurea in biologia conseguita presso l’Université Nicolas Balcescu, di Bucarest, – i Paesi dell’est offrivano borse di studio sul Terzo Mondo – quando ancora era in Senegal forniva consulenze di ortofrutticoltura a piccole aziende. “Una volta in Francia, – dice Mbaye – dopo aver viaggiato per turismo, ho deciso di venire in Italia, in Lombardia, dove, con un permesso di soggiorno ormai scaduto, ho lavorato in nero, soprattutto nelle aziende agricole. Nel frattempo, ho continuato a seguire i miei interessi, che sono i viaggi e la lettura. Così, oltre alla mia lingua madre e al francese, ho imparato anche l’inglese, lo spagnolo, il rumeno”.

Chi lo conosce, parla di lui come un uomo di grande cultura. Estroverso e curioso, da Milano a un certo punto decise di scendere a Napoli, dove poté conoscere, rimanendone comunque fuori, la condizione di molti suoi connazionali prestati alla vendita di roba contraffatta, acquistata per lo più da cinesi o da grossisti napoletani. “Mi piaceva la città, – continua – ma si resi conto che non era questa la dimensione che cercavo in Italia. Arrivai, quindi, ancora più a sud. In Calabria, i primi tempi dormivo sulla spiaggia, in una tenda; uno del posto mi offriva la doccia nel lido di proprietà. Avevo raggiunto amici senegalesi, ma piano piano fui capace di farmene tanti di nuovi, così trovai la soluzione in un appartamento condiviso”. L’esperienza del carcere, benchè di una sola notte, è stata per lui fortemente educativa: “Lì dentro, nella stessa cella, ho incontrato persone di ogni risma, soprattutto alcuni pregiudicati nordafricani, i quali, alla notizia che mi trovassi dentro solo perché mi era scaduto il permesso di soggiorno, rimasero increduli, “quasi delusi”, non potendo usare con me il linguaggio appreso alla scuola della necessità, della sopravvivenza, spesso della convenienza”. Iniziò a frequentare una scuola pomeridiana di italiano, quindi un corso per mediatori culturali, riuscendo a ottenere un nuovo permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Ora, da qualche tempo, lavora in un Cas che ospita 79 persone, provenienti da Nigeria, Gambia, Ghana, Pakistan, Bangladesh. “Ci sono uomini, donne, bambini, 9 dei quali sono nati proprio nel centro di accoglienza. – sorride Mbaye – Loro sì che sono arrivati in Italia su un barcone, portando con sé le tracce della guerra, della povertà, della violenza delle percosse e del lavoro sfruttato. Io, migrante economico, in fondo sono più fortunato, vengo dal Senegal, un Paese in pace, dove spero prima o poi di fare ritorno. Magari, grazie a un progetto di cooperazione internazionale”.

La sua esperienza è comune a quella di tanti immigrati, partiti dal Paese di origine unicamente per migliorare le proprie condizioni di vita. Mbaye, tra i diversi lavori fatti in questi anni, la maggior parte in nero e offerti da italiani, ha pure prestato assistenza domiciliare ad anziani bisognosi di compagnia e cura. Ha supplito, in questo modo, a un deficit di Stato, ma spesso anche di semplice affetto familiare. Dovremmo interrogarci, allora, non solo sulla carenza di adeguate politiche sociali a sostegno delle famiglie e dei soggetti deboli, ma anche sulla direzione che intendiamo dare oggi al nostro Occidente, sempre più ripiegato su se stesso e, contemporaneamente, opportunista e complice, quando serve a coprire i suoi fallimenti.

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