Medicine per l’anima

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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Primo breve cammino del nuovo anno. Arranco tra i cerri, i castagni e gli ontani di Savucà. Nella splendente mattina del giorno dell’Epifania: il manifestarsi, l’apparire della divinità. Per i cristiani, nel segno rivelatore dell’adorazione dei magi. Sul terreno i resti della recente gelata. Mentre salgo nel bosco, ho dentro di me, intensa, la commozione provata ieri. Al mattino ho conversato con i ragazzi di una comunità terapeutica. Avrei dovuto portarli a camminare in montagna, ma il freddo ci ha scoraggiati. Così abbiamo guardato i filmati di nostri cammini invernali e una sequenza di immagini delle tante creature, animali e vegetali, che ho incontrato in questi anni. Mi hanno chiesto cosa intendo per erranza. Ho risposto che se il cammino è metafora della vita (perfino Dante la usa nella Commedia), l’erranza è il simbolo delle difficoltà insite nella vita stessa. Chi tra tutti noi può dire di non essersi sperso almeno una volta nella vita? E di aver dovuto errare in cerca di una via? Così ho detto loro che non si può trovare la via se prima non la si è persa. Il vento freddo asciuga il sudore mentre risalgo le rampe fra i pini. Sotto di me il Golfo di Sant’Eufemia e il Tirreno. Il ghiaccio ha creato piccole sculture fra i legni, l’erba e le foglie. Penso ai ragazzi, al loro dolore. Ogni volta che parlo con loro ridimensiono la mia ansia di vivere. Anzi, più precisamente, la mantengo (perché essa è più forte di me) ma la guardo con occhi diversi. Che scrutano nei loro occhi come per un travaso d’anime.  Sul crinale di Monte Condrò c’è un’ombra gelida e il sentiero e cosparso da un fine tappeto di ghiaccio e nevischio. A sinistra si aprono i vecchi castagneti da frutto che scendono verso la conca di Decollatura. E dietro, le lontane quinte innevate della Sila Piccola. Procedo lentamente. La mia caviglia necrotica, nel gelo, lancia deboli richiami. Simili a quelli che leggo sui volti dei ragazzi. Che forse avvertono la mia commozione di fronte al loro dolore. Una commozione che nasce dalla condivisione.

  Ho detto loro che se pensiamo a noi stessi come parti infinitesimali del tutto, allora, forse, anche la nostra sofferenza sarà meno totalizzante, meno irrevocabile. E ho provato anche a spiegare che per me qualunque altra creatura, piante, animali, acque, rocce, aria … non è meno di noi uomini. Sicché la nostra piccolezza si moltiplica. E si diluisce in un tutto che non è solo l’umanità, ma anche la Terra e il Cosmo perfino. Entro nella faggeta, proprio dove avrei dovuto condurre i ragazzi ieri. Le lettiera di foglie rosse è frammista alla neve. E uno dei ruscelli che scorrono nelle piccole valli ombrose, fra i tronchi colonnari, è completamente ghiacciato. Chissà dove saranno rintanate le panciute salamandre pezzate? Il pigolare di una poiana filtra dalla volta del bosco. Dovrò portare qui, i ragazzi, al più presto. Devono vedere questa meraviglia. Che non mi stanca mai. Che è per me un rifugio. Come il fuoco nel camino. Come il letto quando sono stanco. Come certi libri che ho riletto decine di volte. Come certo cibo. Come lo scrivere, il narrare. Devo condividere con loro quest’esperienza, scoprire sui loro volti la fatica e lo stupore, veder svanire per qualche istante quel senso del nulla che li affligge. Per aiutarli a guarire. E per guarire io stesso.

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