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Il libro di Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, per Pietro Citati è una straordinaria discesa nel regno delle ombre. Un libro importante, pubblicato nel 1953, che ha anche guidato il pensiero e l’impegno sociale, esemplare e unico, di Goffredo Fofi.

A Lamezia è il mare, privo di ogni sua funzione, ad essere ombra di sé stesso. Sulle cartografie si intravede il suo contorno, peraltro mutevole e inaffidabile. Bisogna rincorrerlo lungo un’enorme battigia. È soltanto la scritta mare che presume di richiamarne la piena presenza. Poca cosa rispetto a quanto avrebbe potuto evocare, se avesse avuto nella storia una qualche eco positiva.

Oggi il mare non è una risorsa, è tuttora un problema ambientale. Per questo non bagna Lamezia. Oggi si rifiutano di passare pure i tonni.

Sul bagnasciuga, storici approdi di modesta importanza hanno lasciato poche tracce (se non la tonnara di Media Playa, ovvero di Torremezzapraia), e fino agli anni Settanta del secolo scorso enormi pacchi di stecche di sigarette incellofanati da “contrabbandieri di mare”; i “contrabbandieri di terra” avevano il compito di intossicare l’intera Piana.

Poi il pontile ha scoraggiato qualsiasi operazione di cabotaggio. Soltanto grumi di catrame potevano godere del diritto di galleggiare e adagiarsi con una malcelata grazia sull’arenile, omaggio delle petroliere di passaggio e dell’idea che il Golfo fosse destinato dalla natura a ingoiare rifiuti e pietra pomice.

Dal 16 luglio, giorno di Santa Maria del Monte Carmelo, nella parte mediana del Golfo erano soltanto i curinghesi – sin dal primo dopoguerra, quello della Grande Guerra – a bagnare corpo (e soprattutto l’anima) nelle acque del tratto di mare di località Sirene, fino al giorno dell’Assunzione (15 agosto), quando Maria si eleva in cielo in anima e corpo.

Poi, nel 1992, lo Stato decide che l’arenile non può essere più utilizzato da quei curinghesi che avevano osato permettersi, in baracche di legno, il “lusso” di soggiornarvi per trenta giorni, smontaggio compreso.

Lo Stato – quello fatto di uomini, così almeno si diceva – dimenticava che l’elioterapia era un modo per non pesare sulle spese sanitarie: una terapia gratuita che poteva consentire perlomeno a frenare l’artrosi dilagante e di trattare allo stesso modo poveri e ricchi. Almeno per un mese, e dove tutti, senza distinzioni, potevano disporsi in cerchio.

Invece le petroliere potevano ancora liberamente godere del diritto di lasciare abbondanti tracce di catrame. Certo, si sa, le petroliere non devono avere nessun limite, nessuno “ri-stretto”. «E le industrie? Anche loro, certamente, ma che – recitava lo Stato, secondo canovacci delle tragicommedie – almeno siano quelle chimiche!». Che bella idea dello Stato! È il capitale, gioventù!

Una consuetudine – quella dei curinghesi – che invece non era legge. Nasceva, però, dall’esperienza post terremoto del 1905 che aveva visto lo Stato – con un vero e proprio progetto – sperimentare baraccopoli sull’arenile di Pizzo per il ricovero dei terremotati.

Poi, nel 1992, il grande rifiuto dello Stato. Basta tolleranza. Basta allo scempio di quelle baracche in legno e a quel troppo intenso profumo di foglie di pioppo e di canne tagliate che, in improvvisate verande, davano ombra a tavoli imbanditi, quasi sempre, del rosso vivo di pomodori e angurie.

Intorno, né una sedia di plastica, né sacchetti, ma qualche camera d’aria di pneumatico di trattore, occasione di socializzazione in mare per tanti ragazzi e ragazze uniti in cerchio con l’acqua principio di uguaglianza: qui la Moplen non aveva un grande mercato e si stava sempre in cerchio, quasi sempre, anche a palla avvelenata. Non c’era un sopra e un sotto.

«Ma queste baracche inquinano il paesaggio e creano problemi di carattere igienico-sanitario. Bisogna impedire questo scempio», così gridava lo Stato. Sandro Onofri in un’intervista del 1999, Un paese in spiaggia, ricostruisce bene il quadro socioculturale complessivo, grazie all’importante contributo di Pietro Monteleone.

La risposta ecologica e paesaggistica dello Stato allo “scempio” consumato dal colpevole intenso profumo di foglie di pioppo e da quelle rossissime angurie spaccate, all’ombra di verande di frasche, era stata già data, con abbondanza di intelligenza, negli anni Settanta: una bella industria chimica (l’ex Sir) su mille ettari di terreno fertilissimo e, poi, in prospettiva tanti resort – in barba al “consumo zero” di suolo – con un mare ridotto al chiuso delle piscine interne e tanta mafia di contorno, come hanno dimostrato le recenti inchieste. Grazie a tutto questo, il mare di Lamezia non è un bene sociale e il sole non è un bene comune.

Quanto raccontato accadeva a cavallo degli anni di piombo e delle stragi di Stato, anche paesaggistiche e sociali.

Ora manca solo un porto, per chiudere il cerchio del male di Stato e per aumentare le differenze tra i pochi ricchi e la moltitudine dei poveri di mare e di sole.

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