
Lamezia Terme - Il momento più drammatico fu quando lo costrinsero, insieme ad altri, a scavare la fossa dove vennero seppelliti i cadaveri dei marinai e degli altri civili dopo essere stati cosparsi di benzina e bruciati: “Sterminarono tutti i suoi compagni, e credeva che presto sarebbe arrivata anche la sua ora”. Il lametino Gaetano Renda, uno degli ultimi sopravvissuti all’eccidio di Cefalonia, morto lo scorso anno, non faceva che raccontare alla figlia e ai nipoti i tanti momenti tragici che non riuscì mai a cancellare dalla sua mente. Gli occhi gli si facevano sempre lucidi quando pensava al dolore delle tante, troppe persone che vide morire davanti ai suoi occhi.
Le parole dei suoi familiari, della figlia Graziella e del genero Albino, si fanno ancora più significative, proprio in coincidenza della ricorrenza internazionale che celebra, il 27 gennaio di ogni anno, le vittime dell'Olocausto. Del resto, lo ha ribadito anche il presidente della Repubblica Mattarella, intervenendo qualche giorno fa alla cerimonia del Quirinale dedicata al “Giorno della memoria: “L’indifferenza alberga ancora nascosta, come un virus micidiale, nel buio accecante degli stereotipi e dei pregiudizi, pronta a risvegliarsi, a distruggere non appena se ne ripresentino le condizioni”. Un patrimonio fatto di storia e ricordi che accomuna anche tanti altri calabresi che come lui decisero di non arrendersi: quando si sono ritrovati a dover compiere scelte durissime, hanno scelto di stare dalla parte della libertà.
L'arruolamento e la strage di Cefalonia
Gaetano Renda nacque il 20 ottobre 1923 a Sambiase. Una vita umile la sua, era l’epoca in cui i bambini aiutavano i genitori nel lavoro e così iniziò a raccogliere le olive o ad affiancare il padre, muratore, mentre la madre a casa badava ai figli. Si dovette arruolare nel maggio del 1942, dopo aver compiuto la maggiore età, e da quel momento ad attenderlo, diverse destinazioni di guerra, fino a Cefalonia. E’ quando fu trasferito sull’Isola che venne informato dagli abitanti del posto delle fucilazioni di massa dei suoi commilitoni. Tanti i soldati italiani e anche calabresi, vittime di fucilazioni, deportazioni e internamenti. Si parla di uno degli episodi più bui della seconda guerra mondiale, quando i soldati del Regio Esercito, dopo la firma dell'armistizio dell'8 settembre del 1943, furono attaccati dai soldati tedeschi per il loro rifiuto di consegnare le armi. “Non potè mai dimenticare quanto accadde su quell’isola - racconta la figlia Graziella Renda - furono momenti terribili. Lì la vita era dura, sopravviveva con qualche pugno di neve per dissetarsi o bucce di patata concesse dai tedeschi che puliva sempre sui pantaloni prima di mangiare. Ricordo quando ci raccontò che era certo sarebbe arrivata la sua ora ma un soldato gli disse “Non voi italiani caput” e si accanirono su altri marinai e civili”.

I cadaveri bruciati
Un’immagine lo ha infatti sempre tormentato più di tutte: quella di come venivano bruciati i tanti corpi a terra, nelle campagne. La figlia conferma che furono quelli i momenti più dolorosi. Gli fecero scavare una fossa credendo che fosse per loro e invece ci finirono dentro altri civili uccisi a colpi di mitraglia. Li portarono sul luogo dell’eccidio dove li costrinsero a bruciare i cadaveri dopo averli cosparsi di benzina. "Mio padre - prosegue nel racconto - ha avuto sempre un grande rammarico: quello di non aver saputo i loro nomi per poter avvertire le famiglie, i tedeschi erano macabri, li hanno coperti nelle fosse comuni e nessuno seppe più nulla”. La storia di Gaetano Renda venne raccontata nel dettaglio anche in una lunga intervista dello storico Mario Saccà. “Renda - scrive Saccà - non amava il fascismo per due motivi: si stava male e col lavoro delle braccia si poteva appena campare. Inoltre mancava la libertà di parola e pronunciarne qualcuna sbagliata comportava l’arresto da parte dei carabinieri. Anche dopo la guerra ha mantenuto invariato il suo pensiero”.

La prigionia in Polonia
A sopravvivere all’ecidio furono circa 4.000. Renda e gli altri furono imbarcati ad Atene ed è qui che dovette scegliere se intendeva collaborare con i tedeschi o meno. Chi era disponibile doveva mettersi su un lato, chi si rifiutava dall’altro. Gaetano Renda fu tra i secondi e quindi fu deportato in Polonia. “E’ qui - racconta la figlia Graziella - che incontrò Marisha e se ne innamorò. Papà era l’unico al quale non dava confidenza ed è per quello che si incaponì e decise poi di conquistarla. Si fidanzarono, per quello che poteva essere un fidanzamento in condizioni di prigionia, ma soprattutto lei lo aiutò tanto, lo aiutava a sfamarsi, lo accudiva. Una volta lo scoprirono vicino al reticolato del campo pronto ad incontrarla, ma grazie ad un suo amico tedesco, uno dei pochi buoni in cui all’epoca si imbattè, riuscì a non essere punito”.
Era la fine della guerra, dopo poco i tedeschi, sconfitti, li lasciarono liberi. Gaetano Renda riuscì dopo molte sofferenze a tornare a casa, a riabbracciare la famiglia e la storica fidanzata, che poi divenne sua moglie. “Anche mamma a casa ha sempre ricordato la figura di Marisha - confessa infine la figlia Graziella - ci diceva sempre che avrebbe voluto incontrarla ed aiutarla se fosse stata in difficoltà, perché all’epoca lei aiutò tanto papà”.
La medaglia d'onore
Gaetano Renda, soldato del 17mo reggimento di fanteria "Acqui", ricevette il 2 giugno 2013 la medaglia d'onore concessa dallo Stato ai cittadini italiani deportati nei lager nazisti. Fu insignito dall’allora prefetto Antonio Reppucci e dall’ex sindaco di Lamezia Gianni Speranza per la festa celebrata al Parco della Biodiversità di Catanzaro. Morì lo scorso 17 gennaio 2018. I suoi occhi lucidi e suoi ricordi, per tutto il resto della vita che condusse a Lamezia, furono per quei marinai scesi nella fossa, terrorizzati, pronti ad essere fucilati.
A.R.
La cerimonia di consegna della medaglia d'onore
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