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Lamezia Terme - A "Trame", il festival dei libri sulle mafie di Lamezia Terme, giornata inaugurale con molti appuntamenti. Fra i più attesi, quello con il procuratore della Dda catanzarese, Nicola Gratteri, ormai ospite fisso alla rassegna lametina.  Gratteri ha presentato il suo ultimo libro, scritto con Antonio Nicaso "Non chiamateli eroi". Un libro dove vengono ricordate le vite di chi ha deciso di difendere le proprie idee, la propria dignità, sacrificando la propria esistenza. Da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, Giuseppe Letizia, Peppino Impastato, Giorgio Ambrosoli, Rosario Livatino, Libero Grassi, don Pino Puglisi, Lea Garofalo. Piazzetta San Domenico che si presenta con posti a sedere già prenotati in ottemperanza alle norme anti-Covid.  Un Gratteri, come al solito, in grande spolvero a ribadire l'importanza della lotta alla criminalità e l'impegno profuso dal pool che collabora con lui a non lasciare nulla di intentato per "liberare ancora pezzi di territorio e sottrarli alla 'ndrangheta". Anche se fra tre anni dovrà lasciare la procura di Catanzaro.

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"Vorrei rimanere ancora - ha sottolineato - ma so che fra tre anni devo trovarmi una collocazione perché più di otto anni non si può stare nella stessa procura. Però vorrei fare altro che mi consentisse di aiutare la Calabria". Sollecitato dalle domande di Alessia Candito, di Repubblica, Gratteri ha parlato del libro e dei protagonisti, "spesso anche vittime meno note e dimenticate", ed ha spaziato sul fenomeno della mafia nella nostra regione, sulle implicazioni con il territorio e di una politica "che non sa rigenerarsi".

Il no alla politica

Da qui, la nostra domanda prima dell'incontro ufficiale con il pubblico, su un suo eventuale impegno diretto in politica al termine della permanenza a Catanzaro e se in questi tre anni si riuscirà a liberare la Calabria dalla 'ndrangheta. "Riusciremo a fare altre indagini importanti e fare dei passi avanti, avrei bisogno di più però, soprattutto il problema è normativo e io sono molto preoccupato per la riforma Cartabia. Però lavoriamo e andiamo avanti con gli strumenti e i mezzi che abbiamo. Io in politica? Guardi ad ottobre ci sono le elezioni regionali; ci sarà un nuovo presidente della Giunta regionale che starà cinque anni, quindi in questi tre anni Gratteri farà il magistrato, spero di fare il procuratore da qualche altra parte, perché è quello che mi piace e di poter aiutare a rendere più vivibile la nazione, questo territorio".

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Sul Codice etico

Sul Codice etico dei partiti questo il pensiero di Gratteri: "Sta a loro non solo farlo ma soprattutto rispettarlo. Non ci sarebbe bisogno di un codice etico se i candidati fossero tutti persone perbene. O no?".

Sulla legge Cartabia

Sulla legge Cartabia, Gratteri ancora una volta ha ribadito la sua netta contrarietà. "Questa riforma è un disastro. Sono in magistratura dall’86 mai visto una cosa del genere. Sono contro termini come improcedibilità. Il 50 per cento dei processi non si concluderà nei due anni se si dichiara l’improcedibilità e quindi non si arriverà a sentenza definitiva dopo il primo grado. Questa legge nasce per sbrigarsi prima. Ma questo non è ammissibile. Si escludono i reati mafiosi ma rimangono quelli legati a corruzione, concussione, peculato. Reati tipici dei faccendieri, dei collettori e portatori di voti. Dei prestanome. Un sistema che se rimarrà così ci farà tornare indietro".

Impegno nel volontariato per cambiare la regione

"Ci dobbiamo riprendere gli spazi. Il soggetto mafioso, o in odor di mafia, non si candidata. Candida un persona perbene. Però poi quando prendono 5mila voti capisci perché. La commissione antimafia fa il 20 per cento ma non basta e non può fare di più. Dovrebbe essere la politica ad autogenerarsi".

Sul Recovery

"Le dinastie di 'ndrangheta, i faccendieri pensano come fare shopping nel mondo dell’imprenditoria. Lasciano il proprietario al posto dove è, e si continua come se nulla fosse accaduto. Il proprietario diventerà così un prestanome". In Calabria arriveranno molti soldi e, sui lavori da fare, Gratteri ha le idee chiare. "Bisogna investire nelle infrastrutture". Lanciando un appello e al tempo stesso una sfida. "Fateli i progetti che alla 'ndrangheta ci pensiamo noi. Dobbiamo rischiare perché poi i soldi finiscono. Investire e creare lavoro. Qui non serve il Reddito di cittadinanza, serve creare lavoro ma non si deve perdere questa occasione".

La battaglia contro la 'ndrangheta può essere vinta?

"Vincere è un parolone. Stiamo facendo passi da gigante per liberare pezzi di territorio. Abbiamo però bisogno di una politica che faccia quello per cui è preposta. Sta a noi, a tutti i cittadini onesti fare di più, impegnarsi nel sociale ed evitare di prendere un caffè al bar senza ossequiare il capo mafia. Noi abbiamo la consapevolezza del fatto che la gente si sta fidando di noi e del nostro lavoro. Così saremo più forti".

Antonio Cannone

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