Bosco Archiforo: la danza dei dervisci

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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 Una foglia di faggio sospesa a mezz’aria ruota su se stessa, come un derviscio. Fluttua, all’altezza del mio volto, in un lieve alito di vento. Cambia verso, riprende a danzare oscillando. Mi fingo prestigiatore. Ma il vero mago è lui, il piccolo ragno che lassù, sulle fronde dell’alto abete, ha tessuto la sua tela. E ne ha calato un filo, esile e invisibile. Per incantarci. Altri dervisci, apparentemente immobili, si sollevano impercettibilmente dai tronchi marcescenti. Con i lucidi cappelli color latte e gli esili gambi. Per stupirci. Siamo partiti presto, stamane. Con l’intenzione di esplorare un accesso dall’alto verso la valle della Fiumara Assi, sulle Serre di Calabria. La vecchia carrareccia parte da Bocca d’Assi, sul margine orientale della conca della Lacina, e scende a fianco del greto. Ma la strada è sbarrata. Un’impenetrabile muraglia di spine avvolge tutto, costringendoci a rinunciare. Non ci perdiamo d’animo. E per santificare la domenica ci incamminiamo nel vicino Bosco Archiforo. Luogo che un medico giapponese, Quing Li, ha scelto, insieme ad altri quaranta sparsi sul resto del pianeta, per il suo “shiring yoku”, letteralmente “immersione nei boschi”, una terapia naturale che allevia le sofferenze e guarisce diverse malattie. A patto che non si faccia, nel bosco, una semplice escursione, ma vi si compia un rito, con il corpo e con lo spirito. Si procede lentamente e in silenzio, anche a piedi nudi, respirando a fondo, contemplando, pronunciando preghiere, abbracciando gli alberi, osservando ogni particolare, ascoltando suoni, inalando aromi, immergendosi nei ruscelli, entrando in sintonia col cosmo, facendo l’esperienza di quell’armonia che le nostre artificiose vite cittadine ci hanno sottratto. La pratica non è affatto dissimile da quella che i monaci della vicina Certosa di Serra San Bruno chiamano “spaziamento”. Anche loro potrebbero essere scambiati per dervisci quando, ogni lunedì, vagano per ore e ore, proprio fra queste foreste, con le loro bianche tuniche oscillanti.

Anche noi, oggi, siamo un po’ monaci e un po’ dervisci. Camminiamo lentamente e in silenzio. Doveva essere un ripiego. E’, invece, un viaggio nel sacro e nella bellezza. La grande foresta di abeti bianchi e di faggi ascolta. Ci avvolge come una madre premurosa. Offre la prova che un altro modo di vivere, in comunione con il creato, è possibile. Aveva ragione Charles Eastman a dire che non esiste cattedrale più augusta di un’antica foresta. E finalmente giungiamo all’altare. Come un grande dolmen naturale, i graniti affastellati di Pietra de Lu Moru si ergono maestosi in mezzo agli alberi. Sono loro i maestri di tutti gli altri piccoli dervisci sparsi all’intorno. Con la loro apparente immobilità di millenni custodiscono l’antica arte, il sapere iniziatico dell’eterno divenire. Sostiamo, piccoli, sperduti, estasiati, grati. In basso, vicino alle strade, le motoseghe, in spregio di ogni regola, continuano a far scempio di creature arboree per produrre cippato da mandare nelle centrali a biomasse. Ma qui, oggi, si celebra una cerimonia di riconciliazione ed espiazione. Cinque piccoli umani hanno attraversato le grandi navate del Bosco Archiforo per invocare il perdono degli alberi e di tutti i mistici danzatori della foresta.

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