Da animali a dei

Scritto da  Pubblicato in Francesco Bevilacqua

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Meteo pessimo su tutta la Calabria nord-occidentale. Avremmo dovuto essere in tanti nella Valle dell’Argentino, ad Orsomarso, con i CAI di Catanzaro e di Cerchiara. Ma i responsabili hanno fatto bene ad annullare. Ne ricevo conferma da una coppia di amici che hanno dormito al rifugio di Povera Mosca e sono rimasti a guardare la pioggia battente. Noi però, non possiamo star fermi. Sulla Calabria centro orientale e meridionale non dovrebbe piovere. Ci aggreghiamo a Francesco Berardi, che va nelle gole del T.  Petrone, in Sila Greca, a valle di Longobucco. Il Petrone è un affluente in sinistra idrografica dell’Ortiano, a sua volta tributario del Trionto. Un mondo perduto. La periferia di una periferia. La rovina di una rovina. La solitudine di una solitudine. Un vecchio villaggio diruto campeggia sulla pendice di destra dell’Ortiano. I sopravvissuti alle frane ed alle alluvioni hanno costruito qualche casa più in basso, accanto alla strada. E vivono in vista di questo che è un grande deserto di pietra, circondato da montagne impenetrabili. Chi ha una terra ancestrale non la abbandona facilmente. Chi non vive tra le città e gli ipermercati, non si fa strappar via dai luoghi dell’anima. Puoi solo deportarlo. O affliggerlo a tal punto da costringerlo alla fuga. Ho percorso più volte l’Ortiano e le sue magnifiche gole. Ma esso ha una serie di affluenti. Ed è lì che Francesco a trovato quel che oggi vuol farci conoscere. Imbocchiamo la fenditura laterale. Nascosta, segreta, subito attraversata dal vento della valle che scende dai monti. Avvertiamo che essa ha un custode misterioso. E’ l’ultimo pastore che vive dentro questo utero di pietra. I suoi segni sono dappertutto. Attraversiamo uno stazzo con qualche vecchia casa diruta. Una straordinaria edicola votiva incastonata, alta, su una parete di roccia. Un poderoso ponte di pietra crollato. Mille odori si confondono. Spiego ai bambini che le palline nere delle capre sono per noi come i sassolini di Hansel e Gretel: ci indicano la strada. Ecco il sancta sanctorum delle gole. I meandri della valle si susseguono, stretti su se stessi, come le spire di un serpente. Le pareti di roccia parlano dei movimenti di sollevamento delle montagne, meglio di qualunque libro di geologia. Centinaia di massi invadono l’alveo, precipitati da chissà quali altezze. Segni di ferro ovunque. Questa era, in antico, un’importante zona mineraria. Un sasso dalle curiose fattezze di un volto. Trote, granchi, rane, girini diguazzano nel torrente. Rapaci volteggiano nel cielo. Nuvole sontuose scorrono inquiete sopra di noi. E finalmente le cascate. Una più bella dell’altra, nonostante il periodo di magra. L’ultima che ci è dato raggiungere è il prodotto dello sfondamento da parte del fiume, durante una piena, della parte più stretta di un meandro. Muti, stupiti, osserviamo questa inusitata potenza terrestre. Benché, come scrive Yuval Noah Harari in un suo famoso libro, come umani siamo passati, in poche migliaia di anni da uomini a dei. Soggiogando il mondo. Ma gli uomini non posseggono il dono dell’immortalità che è proprio degli dei. E sulla Terra non hanno imparato a vivere con rispetto. Non c’è monito, per ora, che basti a farli rinsavire.

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