Calabria bizantina: insediamenti, società ed economia

Scritto da  Pubblicato in Francesco Vescio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

francesco_vescio.jpgIl dominio bizantino in Calabria durò per circa cinque secoli dalla conquista dell’imperatore Giustiniano, dopo la sconfitta degli Ostrogoti nella seconda metà del VI secolo, all’occupazione da parte dei Normanni nella seconda metà dell’XI; in tale periodo non sempre la regione fu governata dai Bizantini nella sua interezza in quanto la parte più settentrionale, pur con variazioni frequenti di confini, fu dominio longobardo e in alcune aree della regione ci furono degli insediamenti saraceni. Questa situazione storico-politica è chiaramente delineata nel testo seguente: “Nel primo ciclo (VII-IX secolo) la Calabria è politicamente divisa fra la Longobardia minor (principati longobardi), che occupa la parte settentrionale coi Gastaldati di Cassano, Laino, Cosenza ed un confine fluttuante cui fa riferimento la roccaforte di Amantea ed un’area centro-meridionale bizantina. Nel IX si hanno temporanei ma non effimeri insediamenti islamici (colonie-emirati di Amantea, Tropea, Santa Severina). Nel VII, la rete insediativa del Bruttium [Questa era la denominazione romana della Regione utilizzata, in un primo tempo,  anche dai Bizantini e poi da questi chiamata Calabria, che era stato l’antico nome dell’odierno Salento, N.d.R.] gregoriano non appare sostanzialmente alterata”. (Emilia Zinzi, Calabria. Insediamento e Trasformazioni Territoriali dal V al XV Secolo in ‘Storia della Calabria Medievale – Culture- Arti- Tecniche’, Gangemi Editore, Roma – Reggio Cal., 1999, p.24).

Nel corso della dominazione bizantina la Calabria registrò un decisivo spostamento degli insediamenti antropici dalle zone costiere verso quelle collinari e montane, il che caratterizzerà nei secoli successivi il paesaggio della regione nel suo complesso, per come viene esplicitato successivamente: “Dal VII alla metà dell’XI, la Calabria vive una svolta decisiva per quanto riguarda l’insediamento… Motivi di ordine geografico (spostamento della linea di costa), climatico (impaludamento da alterato regime di corsi d’acqua) e difensivo, finiscono col sospingere prima episodicamente e poi quasi totalmente verso l’interno collinare e pedemontano, quelle popolazioni rivierasche, che, forse solo in un caso documentato nel VI secolo (Scolacium-Scillacium) [Colonia, sul versante ionico, prima ellenica ed successivamente romana, sita nel Comune di Borgia, prov. di Catanzaro, N.d.R.], risultano avere abbandonato l’antica sede costiera. E interne anche le zone raggiunte dal movimento migratorio monastico che, dalle fasce mediterranee d’occupazione islamica, punta verso il Sud d’Italia e la Sicilia, per risalire poi ancora, dall’isola sottomessa all’Islàm, verso la Calabria. Ed è fenomeno insediativo di singolare valenza nella formazione del paesaggio storico calabrese, di forte incidenza nella sua bizantinizzazione, aperto a successivi sviluppi nell’organizzazione economico-territoriale e, talora, anche nella formazione di nuclei abitativi civili” (Emilia Zinzi, op., cit., p.21).

La Calabria per l’Impero bizantino, dopo la caduta della Sicilia nelle mani musulmane, svolgeva una funzione strategica in Occidente, essendo di fatto un territorio di confine, tra le zone ancora occupate dai Longobardi in Italia e rivendicate dall’Impero Romano d’Occidente e la Sicilia stessa, che i Bizantini speravano di rioccupare allontanandone gli invasori islamici. In questa visione politico-militare va inquadrata la grande operazione del generale Niceforo Foca, che negli anni 885 - 886 riuscì a scacciare i Musulmani e i Longobardi dalla regione.  Ma le incursioni saracene ripresero pochi anni dopo determinando la situazione delineata nel brano seguente: “Il clima drammatico ed allucinante delle feroci incursioni saracene… aveva ridotto la regione ad un’enorme cittadella assediata che viveva sotto il brivido del terrore.

La popolazione si era definitivamente ritirata dalle fertili pianure costiere e dalle vallate di facile accesso, dove all’anofele malarigena si era sovrapposto l’immediato pericolo di essere massacrata o essere deportata in massa in Africa. Gli uomini si ritirarono nei centri collinari e pedemontani, in località inaccessibili e facili a difendersi, si rinserrarono in castelli ben muniti, donde si poteva spiare l’arrivo degli spietati predoni. Il plurisecolare assedio aveva reso le campagne deserte; scomparsi i casolari, le capanne e i piccoli centri indifesi; gli uomini lasciavano di buon mattino i castelli e le città fortificate per recarsi a coltivare i campi o per condurre al pascolo il bestiame scampato alle razzie, pronti, al primo segno di pericolo, a rifugiarsi nel castello, dopo aver nascosto il bestiame nei boschi. L’insicurezza amareggiava ancora di più i triboli del lavoro: l’ansia febbrile accelerava i passi, la preoccupazione di produrre il necessario costringeva i coltivatori a donare con prodigalità alla terra le energie fisiche concentrandole nel minore numero possibile di ore da trascorrere fuori dal castello  o della cinta fortificata…” (Giuseppe Brasacchio, Storia Economica della Calabria – Dal III secolo dopo Cristo alla Dominazione Angioina – 1442, Edizioni Effe Emme, Chiaravalle Centrale,  1977, pp. 152-153).

Al fine di meglio chiarire la problematica della difesa e del controllo del territorio da parte delle autorità bizantine si riporta di seguito, a mo’ d’esempio, le diverse ragioni e modalità di fondazione di alcuni centri tra cui: Catanzaro e di Nicastro, la prima su iniziativa degli abitanti  delle zone costiere , la seconda per decisione governativa:  “ Forse è analoga la vicenda dell’odierna Catanzaro, sorta ad opera di un gruppo di profughi dalla costa scillatina  battuta dai Longobardi e poi attaccata dagli Arabi, stanziatisi sul colle presilano del Triavonà, dopo una precedente sosta-rifugio sulla prima linee di colline oltre lo Ionio, nel sito di Santa Maria di Zarapotamo (oggi Santa Maria di Catanzaro). Il rapporto col potere centrale potrebbe aver determinato, fra IX e X secolo, alcune localizzazioni topografiche, indicative di linee orientativi ed interessi extra-locali. La fondazione di Cerenzia e di Umbriatico… alla line del X secolo sembra testimoniare d’una volontà di colonizzazione dell’area silana. Nicastro, che sorge nello stesso tempo su di una collina naturalmente difesa al margine meridionale della Sila, può controllarne altre vie d’accesso e, per la sua posizione nella Piana di Sant’Eufemia, anche il più pericoloso cammino della Popilia da Nord a Sud” (Emilia Zinzi, op.cit., pp. 29 -31). 

La società era organizzata in forma piramidale: al vertice stavano i funzionari bizantini, che esercitavano il potere amministrativo e militare, accanto a loro il clero ed i grandi proprietari terrieri da cui dipendevano i contadini e i pastori, che avevano con i grandi  proprietari rapporti di natura diversa: coloni, salariati, servi; c’erano pure piccoli coltivatori che erano proprietari di fondi e di bestiame; meno numerosi erano gli artigiani e i commercianti ed altri lavoratori, che oggi si direbbero appartenenti al ceto medio.

L’attività economica prevalente era legata alla terra ed i prodotti principali erano quelli indicati nel testo successivo: “Pecore, lana e formaggi, porci e carne salata, legname e pece della Sila, vini in abbondanza ed apprezzati costituiscono queste costanti dall’antichità al Medioevo… All’età bizantina, forse tra il IX e il X secolo, va ricondotta quella diffusione della produzione della seta che avrebbe contrassegnato per alcuni secoli la regione nel contesto italiano… Ben documentata è l’intensa utilizzazione, in loco e fuori, nel corso di tutto il Medioevo, dell’abbondante e vario legname calabrese, a partire dalle lettere con cui Gregorio Magno sollecitava nel 599 l’invio di travi per la riparazione della basilica romana dei Santi Pietro e Paolo ed evocava il trasporto per mare e lo strascinamento degli alberi con i buoi sino allo scalo marittimo più vicino” (Giovanni Cherubini, Le Campagne in ‘Storia della Calabria Medievale – I Quadri Generali ’, Gangemi Editore, Roma- Reggio Cal., 2001, pp. 434 - 443).

La popolazione calabrese nel periodo sopra indicato ha vissuto vicissitudini dolorose per le continue guerre combattute sulla sua terra e nei mari che la bagnano, ma ha sempre dimostrato di saper in qualche modo reagire alle più avverse circostanze e di riuscire a sopravvivere in un territorio fortemente conteso dalle più grandi potenze politiche e militari, che si affacciavano sulle rive del Mediterraneo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA